DAL PARLAMENTO EUROPEO

 

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STRASBURGO  -  SESSIONE 15 - 18 DICEMBRE 2008

 

CONSIGLIO EUROPEO

 

SARKOZY STILA IL BILANCIO DELLA PRESIDENZA FRANCESE

Dibattito: 16.12.2008

Nicolas Sarkozy ha illustrato all'Aula il bilancio della sua presidenza dell'UE e i risultati dell'ultimo Vertice. Ha in particolare sottolineato i successi ottenuti nell'affrontare il conflitto in Georgia, la crisi economica e il pacchetto climatico. Ha ribadito la necessità di un'Europa forte, unità e più ambiziosa, che poggi sulle nazioni. Molti deputati hanno apprezzato i risultati ottenuti, ma altri hanno criticato il compromesso sul clima e sul trattato di Lisbona.

Aprendo il dibattito, il Presidente HANS-GERT PÖTTERING ha sottolineato che Nicolas Sarkozy ha assunto la Presidenza dell'UE in un momento in cui erano necessarie azioni e negoziazioni e «lei ha raccolto le sfide in Georgia, sulla crisi finanziaria e su altri problemi».







Dichiarazione della Presidenza in carica
Nicolas Sarkozy ha anzitutto ricordato che quando la Francia ha assunto la Presidenza la situazione dell'UE era caratterizzata dall'interruzione del processo di ratifica del trattato di Lisbona a seguito del referendum irlandese. Allora, ha aggiunto, non si immaginava che sarebbe scoppiata una guerra in Georgia e che vi sarebbe stata una violenta crisi finanziaria ed economica. La Presidenza, ha quindi spiegato, ha organizzato la sua azione sulla base di due presupposti: il mondo ha bisogno di un'Europa forte e lo può essere solo se resta unita. Un'Europa forte, ha spiegato, non si contenta di seguire la linea di altri, ma ha proprie idee e non evita i problemi.
Dopo aver descritto quanto realizzato dalla Presidenza per porre fine al conflitto georgiano, ha sottolineato che l'Europa si è assunta le sue responsabilità, contrariamente a quanto aveva fatto in Bosnia dove si è limitata a seguire l'iniziativa USA. Riguardo alla crisi finanziaria, ha rilevato che non è nata nell'agosto 2007, bensì nel settembre 2008 quando gli americani hanno deciso di lasciare fallire Lehman Brothers. Ha quindi ricordato le iniziative della Presidenza per ottenere un consenso di tutti gli Stati membri su un piano di salvataggio delle banche coordinato a livello UE, ripreso poi dagli USA, e che ha evitato «la distruzione del sistema bancario europeo». Sarkozy ha anche ricordato le iniziative europee volte a definire un piano globale per il rilancio dell'economia, come il G20 e il Vertice di Washington.
Il Presidente ha voluto sottolineare il ruolo importante che deve svolgere l'Europa per la pace in Medio Oriente promuovendo il dialogo e non limitandosi a fornire solo assistenza finanziaria. In proposito, ha ricordato che tra i cinque vice segretari dell'Unione per il Mediterraneo figurano un israeliano e un palestinese.
Riguardo al clima, il Presidente ha osservato che per alcuni si chiede troppo all'industria, mentre per altri troppo poco, ma ha sottolineato l'obiettivo 20/20/20 è stato mantenuto. In proposito ha affermato che sarebbe stato insensato e irresponsabile rinunciarvi, soprattutto se l'UE intende convincere gli altri partner a fare uno sforzo sul fronte ambientale. Il compromesso, che evita anche i problemi sociali che avrebbero potuto porsi in alcuni Stati membri orientali, è stato approvato all'unanimità perché «la scelta ambientale non deve essere subita, ma rivendicata» e ciò conferisce maggiori garanzie circa la sua attuazione e più credibilità all'Europa. In proposito, ha sottolineato che la presenza vigile del Parlamento europeo ha rappresentato un fattore di convincimento per gli Stati membri più reticenti. In merito all'immigrazione, il Presidente ha rilevato che non è ipotizzabile che 27 Stati membri che hanno abolito le frontiere interne non si dotino di una politica comune, le cui prime basi sono state poste durante questo semestre. Sulla difesa, ha sottolineato che la politica europea deve essere complementare a quella della NATO.
Riguardo al trattato di Lisbona, il Presidente ha invece insistito sul fatto che l'unica soluzione consiste nel ripetere il referendum in Irlanda, come poi si è deciso. Per ottenere un compromesso, ha spiegato, è stato necessario garantire a ogni Stato membro che avrebbe mantenuto un commissario. Inoltre è stato deciso che gli Stati membri che hanno già ratificato il trattato non dovranno ripetere l'operazione e che, prima del prossimo allargamento dell'UE, sarà necessario aggiungere al trattato di adesione il "protocollo irlandese" e la questione del numero dei deputati europei, visto che le prossime elezioni si svolgeranno sulla base del trattato di Nizza e alcuni Stati membri hanno ottenuto un aumento della loro rappresentanza da quello di Lisbona.
Tirando le somme, il Presidente ha affermato che se non si è capaci di raggiungere un compromesso in 27, «non vale la pena avere un ideale europeo», che significa ascoltare gli altri e cercare di trovare assieme una via comune per superare i problemi. In proposito, ha voluto ringraziare il Parlamento europeo, con il quale è stato «molto facile, gradevole e utile intrattenere numerosi contatti». Tutti, ha aggiunto, «avete dimostrato la volontà di fare progredire, ognuno alla vostra maniera, l'Europa». Il Parlamento, ha ribadito, «è stato un elemento decisivo per ottenere dei risultati». Al riguardo, ha osservato, sorridendo, che «è stato più facile discutere, lavorare e negoziare con il Parlamento europeo che con taluni altri interlocutori». Ha poi ringraziato il Presidente della Commissione, «poiché non sarebbe stato possibile raggiungere i risultati ottenuti dalla Presidenza senza il nostro lavoro mano nella mano con Barroso».
Il Presidente ha poi voluto ringraziare i capi di Stato e di governo, spiegando che «non si può costruire l'Europa contro gli Stati». In proposito, ha aggiunto che «l'Europa non è nemica delle nazioni e le nazioni non sono nemiche dell'Europa». Sottolineando che se non avesse cercato di capire i problemi di ogni governo non ce l'avrebbe fatta, ha osservato che è un errore «voler passare sulla testa di coloro che sono eletti nel proprio paese» perché ciò non corrisponde a un ideale europeo, bensì all'«integralismo». Voler costruire l'Europa contro le nazioni, ha insistito, «sarebbe un errore storico».
Infine, il Presidente Sarkozy ha voluto fare un'osservazione personale: «durante i sei mesi di presidenza ho imparato molto e ho apprezzato tanto questo lavoro ... perché quando si ha la fortuna di dover risolvere problemi di 27 paesi per sei mesi, si guadagna in tolleranza e in apertura di spirito e si capisce che l'Europa è senza dubbio la più bella idea inventata nel XX secolo». «Ho cercato di fare muovere l'Europa - ha proseguito - ma è l'Europa che mi ha cambiato». Ha poi affermato di credere fermamente che ogni capo di Stato e di governo dovrebbe avere questa responsabilità, così capirebbe che i problemi che affronta nel proprio paese, spesso non possono essere risolti che in accordo con i vicini, capirebbe che, aldilà delle differenze, ci sono tante cose che ci riavvicinano e, infine, capirebbe la cosa più importante: è più facile per l'Europa avere grandi ambizioni invece di ambizioni piccole piccole». Allora, ha concluso, «che l'Europa resti ambiziosa e capisca che il mondo ha bisogno che prenda decisioni!», poiché i problemi bisogna risolverli subito.

JOSEPH DAUL Presidente del Gruppo PPE/DE ha esordito nel dibattito salutando gli sforzi della presidenza francese che, a suo parere, hanno aiutato a conquistare il rispetto mondiale per le politiche europee in materia di cambiamenti climatici e immigrazione, nonché la sua risposta coordinata alla crisi finanziaria. Il sangue freddo della presidenza e il suo pragmatismo, ha aggiunto, hanno permesso la protezione coordinata dei depositi di risparmio e la ricapitalizzazione delle banche, evitando così una reazione a catena dove migliaia di posti di lavoro avrebbero potuto essere persi. Ha quindi evidenziato che è l'economia sociale di mercato che garantisce equità tra l'amministrazione e la forza lavoro.
Ha poi ringraziato la presidenza per i risultati dei negoziati sui cambiamenti climatici. Questo complesso accordo tra 27 Stati membri, ha proseguito, proteggerà sia l'ambiente sia i posti di lavoro, e l'Unione europea deve ora guidare la lotta mondiale contro i cambiamenti climatici, incalzare i peggiori inquinatori affinché agiscano e ricercare impegni tangibili presso il Presidente Obama. L'unione necessita di più stabilità politica e di maggior efficacia nella presa di decisioni e, ha quindi concluso, il trattato di Lisbona offre «gli strumenti per portare a termine questo compito».

 

AMBIENTE

 

APPROVATO IL PACCHETTO CLIMA-ENERGIA, OBIETTIVO: 20/20/20

Procedura: Codecisione, Prima lettura - Dibattito: 16.12.2008 - Votazione: 17.12.2008

Dopo undici mesi di lavoro legislativo, il Parlamento ha approvato il pacchetto clima-energia volto conseguire gli obiettivi che l'UE si è fissata per il 2020: ridurre del 20% le emissioni di gas a effetto serra, portare al 20% il risparmio energetico e aumentare al 20% il consumo di fonti rinnovabili. Il pacchetto comprende provvedimenti sul sistema di scambio di quote di emissione e sui limiti alle emissioni delle automobili.

Le sei proposte legislative sul pacchetto clima-energia sono state adottate nel quadro della procedura di codecisione, che pone il Parlamento su un piede di parità rispetto al Consiglio nell'attività legislativa. Per poter concludere i lavori entro il 2008 era necessario trovare un accordo tra i due co-legislatori sin dalla prima lettura. A tal fine, dopo le votazioni da parte delle commissioni per l'ambiente e per l'industria, i relatori del Parlamento europeo e la Presidenza francese hanno avviato una serie di negoziati informali volti a trovare un compromesso sull'insieme dei testi. I voti in Aula hanno confermato l'accordo raggiunto.

Sistema di scambio delle emissioni di gas a effetto serra (ETS)
Sulla base di un compromesso negoziato con il Consiglio, il Parlamento ha adottato una direttiva volta a perfezionare ed estendere il sistema comunitario di scambio delle quote di emissione dei gas a effetto serra con l'obiettivo di ridurre le emissioni dei gas serra del 21% nel 2020 rispetto al 2005. A tal fine prevede un sistema di aste, dal 2013, per l'acquisto di quote di emissione, i cui introiti andranno a finanziare misure di riduzione delle emissioni e di adattamento al cambiamento climatico. Tuttavia le industrie manifatturiere che sono a forte rischio di delocalizzazione, a causa dei maggiori costi indotti dal sistema, potranno beneficiare di quote gratuite fino al 2027. Nel 2010 si procederà a un riesame del regime.

Ripartizione degli sforzi per ridurre le emissioni
Sulla base di un compromesso negoziato con il Consiglio, il Parlamento ha adottato una decisione che mira a ridurre del 10% le emissioni di gas serra prodotte in settori esclusi dal sistema di scambio di quote, come il trasporto stradale e marittimo o l'agricoltura. Fissa quindi obiettivi nazionali di riduzione (per l'Italia 13%), prevedendo anche la possibilità per gli Stati membri di ricorrere a parte delle emissioni consentite per l'anno successivo o di scambiarsi diritti di emissione. Dei crediti sono anche previsti per progetti realizzati in paesi terzi. In caso di superamento dei limiti sono previste delle misure correttive.

Cattura e stoccaggio geologico del biossido di carbonio
Sulla base di un compromesso con il Consiglio, iI Parlamento ha adottato una direttiva che istituisce un quadro giuridico per lo stoccaggio geologico ecosostenibile di biossido di carbonio (CO2) con la finalità di contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico. Fino a 300 milioni di euro, attinti dal sistema di scambio di emissione, finanzieranno 12 progetti dimostrativi, mentre le grandi centrali elettriche dovranno dotarsi di impianti di stoccaggio sotterraneo.

Accordo sulle energie rinnovabili
Sulla base di un compromesso negoziato con il Consiglio, il Parlamento ha approvato una direttiva che stabilisce obiettivi nazionali obbligatori (17% per l'Italia) per garantire che, nel 2020, una media del 20% del consumo di energia dell'UE provenga da fonti rinnovabili. Nel calcolo, a certe condizioni, potrà essere inclusa l'energia prodotta nei paesi terzi. La direttiva fissa poi al 10% la quota di energia "verde" nei trasporti e i criteri di sostenibilità ambientale per i biocarburanti. Il riesame delle misure nel 2014 non dovrà intaccare gli obiettivi generali. La direttiva, inoltre, detta norme relative a progetti comuni tra Stati membri, alle garanzie di origine, alle procedure amministrative, all'informazione e alla formazione, nonché alle connessioni alla rete elettrica relative all'energia da fonti rinnovabili.

Riduzione del CO2 da parte delle auto
Sulla base di un compromesso negoziato con il Consiglio, il Parlamento ha approvato un regolamento che fissa il livello medio di emissioni di CO2 delle auto nuove a 130 g CO2/km a partire dal 2012, da ottenere con miglioramenti tecnologici dei motori. Una riduzione di ulteriori 10 g dovrà essere ricercata attraverso tecnologie di altra natura e il maggiore ricorso ai biocarburanti. Il compromesso stabilisce anche un obiettivo di lungo termine per il 2020 che fissa il livello medio delle emissioni per il nuovo parco macchine a 95 g CO2/km. Sono previste "multe" progressive per ogni grammo di CO2 in eccesso, ma anche agevolazioni per i costruttori che sfruttano tecnologie innovative e per i piccoli produttori.

Riduzione dei gas a effetto serra nel ciclo di vita dei combustibili
Sulla base di un compromesso negoziato con il Consiglio, il Parlamento ha adottato una direttiva che, per ragioni di tutela della salute e dell'ambiente, fissa specifiche tecniche per i carburanti. Stabilisce inoltre un obiettivo di riduzione del 6% delle emissioni di gas serra prodotte durante il ciclo di vita dei combustibili, da conseguire entro fine 2020 ricorrendo, ad esempio, ai biocarburanti. L'obiettivo potrebbe salire fino al 10% mediante l'uso di veicoli elettrici e l'acquisto dei crediti previsti dal protocollo di Kyoto. Il tenore di zolfo del gasolio per macchine non stradali, come i trattori, andrà ridotto. La direttiva, che dovrà essere trasposta nel diritto nazionale entro il 31 dicembre 2010, si applica a veicoli stradali, macchine mobili non stradali (comprese le navi adibite alla navigazione interna quando non sono in mare), trattori agricoli e forestali e imbarcazioni da diporto.

L'Assemblea ha inoltre approvato la seguente relazione:

 

POLITICA DELL'OCCUPAZIONE

 

ORARIO DI LAVORO: NON PIÙ DI 48 ORE SETTIMANALI
Doc. A6-0440/2008

Relazione relativa alla posizione comune del Consiglio in vista dell'adozione della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica della direttiva 2003/88/CE concernente taluni aspetti dell'organizzazione dell'orario di lavoro
Procedura: Codecisione, seconda lettura - Dibattito: 15.12.2008 - Votazione: 17.12.2008

Il Parlamento si è pronunciato sulla revisione dei requisiti minimi in materia di organizzazione dell'orario di lavoro. Chiede di limitare a un massimo di 48 ore la durata media settimanale di lavoro in tutti gli Stati membri, respingendo la possibilità di derogarvi (opt-out) sostenuta dal Consiglio. Propone poi di considerare come orario di lavoro anche i periodi di guardia "inattivi", ammettendo però che siano calcolati in modo specifico ai fini dell'osservanza del massimale settimanale.

La direttiva 2003/88/CE stabilisce requisiti minimi in materia di organizzazione dell'orario di lavoro, tra l'altro, in relazione ai periodi di riposo quotidiano e settimanale, di pausa, di durata massima settimanale del lavoro e di ferie annuali, nonché relativamente a taluni aspetti del lavoro notturno, del lavoro a turni e del ritmo di lavoro. La stessa direttiva prevede una clausola di revisione cui si è attenuta, nel 2003, la Commissione. Il Parlamento si è pronunciato in prima lettura nel 2005, ma il Consiglio non è stato in grado di definire una propria posizione in materia fino allo scorso mese di settembre (con il voto contrario di Spagna e Grecia e l'astensione di Belgio, Cipro, Malta, Portogallo e Ungheria).
Seguendo la linea suggerita dal relatore il Parlamento ha approvato a larga maggioranza una serie di emendamenti (già sostenuti nel corso della prima lettura) che respingono l'impostazione del Consiglio, in particolare, per quanto riguarda la possibilità di derogare al tetto massimo di 48 ore lavorative settimanali e il rifiuto di considerare come lavoro il tempo speso in periodi di guardia. L'esito della votazione è stato salutato da un largo applauso dell'Aula e molti deputati si sono complimentati personalmente con il relatore. Quest'ultimo ha esortato il Consiglio a considerare questa votazione come «un'opportunità per rendere la nostra agenda simile a quella dei cittadini europei». Dovrà quindi essere convocato il comitato di conciliazione con l'incarico di trovare un accordo tra i due rami legislativi. In precedenza, la proposta della GUE/NGL di respingere la proposta di direttiva è stata bocciata dall'Aula con 118 voti favorevoli, 521 contrari e 27 astensioni.

Non più di 48 ore di lavoro a settimana
A suo tempo il Regno Unito aveva ottenuto l'introduzione di una clausola di opt-out che, a certe condizioni, permette di non rispettare la limitazione di 48 ore lavorative settimanali. Attualmente sono 15 gli Stati membri che ricorrono a questa possibilità: Bulgaria, Cipro, Estonia, Malta e Regno Unito consentono l'opt-out in tutti i settori, mentre Repubblica ceca, Francia, Germania, Ungheria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Spagna lo consentono solo nei settori in cui vi è un esteso ricorso ai periodi di guardia. Con l'accordo raggiunto lo scorso settembre, il Consiglio ha confermato questa possibilità precisando che, in ogni caso, il consenso a lavorare più del massimo consentito non può superare 60 ore come media trimestrale o 65 ore, sempre come media su tre mesi, in assenza di un contratto collettivo e se "il periodo inattivo del servizio di guardia è considerato orario di lavoro".
Con 544 voti favorevoli, 160 contrari e 12 astensioni, il Parlamento ha respinto la possibilità di ricorrere a questa deroga, considerando che, in media, l'orario massimo di lavoro non deve comunque superare le 48 ore settimanali. Con 421 voti favorevoli, 273 contrari e 11 astensioni, il Parlamento concede tuttavia agli Stati membri un periodo transitorio di 36 mesi durante il quale sarebbe possibile superare questo limite. Questa facoltà, in ogni caso, resta sottoposta a rigorose condizioni volte a garantire una protezione efficace della salute e della sicurezza del lavoratore. Prima fra tutte, occorre il consenso del lavoratore stesso che, precisano i deputati, è valido non più di sei mesi, rinnovabili, contro un anno sostenuto dal Consiglio.
Nessun lavoratore, inoltre, deve subire un danno per il fatto di non essere disposto ad accettare di lavorare più del massimo consentito o per aver revocato la sua disponibilità a farlo. Il consenso dato all'atto della firma del contratto individuale, durante il periodo di prova o entro le prime quattro settimane di lavoro va poi considerato «nullo e non avvenuto».
Le 48 ore di lavoro settimanali sono in principio calcolate su un periodo di riferimento di 4 mesi. I deputati accettano la proposta di poter derogare a tale disposizione imponendo un periodo di riferimento non superiore a 12 mesi mediante un contratto collettivo o un accordo sottoscritto dalla parti sociali o per via legislativa, previa consultazione delle parti sociali. Tuttavia, precisano che la deroga per via legislativa è possibile solo qualora i lavoratori non siano coperti da contratti collettivi o da altri accordi e purché lo Stato membro adotti le misure necessarie affinché il datore di lavoro informi i suoi dipendenti e provveda a porre rimedio a ogni rischio per la salute e la sicurezza connesso all'organizzazione dell'orario di lavoro proposta.

I periodi di guardia vanno considerati orario di lavoro
Nell'attuale direttiva manca una definizione del periodo di servizio di guardia. D'altra parte, diverse sentenze della Corte di giustizia hanno stabilito che il periodo di guardia doveva essere incluso nell'orario di lavoro. I deputati non contestano le definizioni di "servizio di guardia" e di "periodo inattivo di servizio di guardia" introdotte dal Consiglio nella posizione comune. Il primo è «il periodo durante il quale il lavoratore è obbligato a tenersi a disposizione sul proprio luogo di lavoro al fine di intervenire, su richiesta del datore di lavoro, per esercitare la propria attività o le proprie funzioni». Il secondo è invece definito come il periodo durante il quale il lavoratore è di guardia ... ma non è chiamato dal suo datore di lavoro ad esercitare di fatto la propria attività o le proprie funzioni». Contrariamente al Consiglio, però, il Parlamento ritiene che l'intera durata del servizio di guardia, «incluso il periodo inattivo», deve essere considerata orario di lavoro, ribadendo così quanto sostenuto in prima lettura. Concede tuttavia la possibilità che i periodi inattivi siano «calcolati in modo specifico, sulla base di contratti collettivi o di altri accordi tra le parti», oppure mediante disposizioni legislative e regolamentari, per quanto riguarda l'osservanza della durata massima settimanale della media dell'orario di lavoro.

Periodi di riposo e conciliazione della vita professionale e familiare
L'attuale direttiva prevede un periodo minimo di riposo giornaliero di 11 ore consecutive, un periodi di riposo settimanale ininterrotto di 24 ore e almeno 4 settimane di ferie annuali retribuite, nonché norme sulla durata del lavoro notturno. Tuttavia, contempla anche la possibilità di derogare a tali disposizioni sulla base di contratti collettivi o accordi con le parti sociali e purché ai lavoratori siano accordati periodi equivalenti di "riposo compensativo".
Se il Consiglio propone di precisare che queste compensazioni devono essere concesse entro "un termine ragionevole", il Parlamento chiede che il periodo di riposo segua quello trascorso in servizio, conformemente alla legislazione applicabile oppure a un contratto collettivo o altro accordo. Delle disposizioni specifiche in materia sono stabilite per i lavoratori mobili e attività offshore» e per i lavoratori a bordo di pescherecci.
I deputati condividono la posizione del Consiglio riguardo all'invito rivolto agli Stati membri di incoraggiare le parti sociali a concludere accordi volti a conciliare meglio la vita professionale con quella familiare. Con 539 voti favorevoli, 158 contrari e 10 astensioni, precisano tuttavia che i datori di lavoro debbono informare i dipendenti «con congruo anticipo» di ogni modifica del ritmo di lavoro. Inoltre, conferiscono ai lavoratori il diritto di chiedere modifiche del loro orario e ritmo di lavoro, lasciando però libero il datore di lavoro di respingere la richiesta se ciò comporta inconvenienti organizzativi «sproporzionalmente maggiori» del beneficio per i lavoratori.

Nel dibattito è intervenuto, per iscritto, ILES BRAGHETTO (PPE/DE-I) Presidente della Delegazione italiana UDC-SVP nel Gruppo del PPE/DE:

"Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa direttiva sarà un testo decisivo per la costruzione di un'Europa economica e sociale.
È convinzione comune che si debba e si possa costruire innovazione nel mercato del lavoro che rafforzi la produttività e la qualità nella flessibilità richiesta senza sfruttamento delle persone. Favorire le giuste condizioni di lavoro, diritto peraltro inalienabile per ognuno, garantisce sicurezza ed efficacia all'azione della persona che lavora. Per questo riteniamo equilibrata la proposta adottata dalla commissione occupazione e affari sociali.
In particolare va sottolineato che, per il personale medico, tutele adeguate nell'organizzazione dei turni di lavoro e nei riposi sono essenziali per garantire non soltanto condizioni eque di per sé, ma per garantire la sicurezza e la qualità delle cure per i pazienti e una riduzione del rischio clinico."





L'Assemblea ha inoltre approvato le seguenti relazioni:

 

AFFARI ECONOMICI E MONETARI

 

DEPOSITI BANCARI GARANTITI PER 100.000 EURO, ENTRO FINE 2010
Doc. A6-0494/2008

Relazione sulla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica della direttiva 94/19/CE relativa ai sistemi di garanzia dei depositi per quanto riguarda il livello di copertura e il termine di rimborso
Procedura: codecisione, prima lettura - Dibattito: 15.12.2008 - Votazione: 18.12.2008

Il Parlamento ha adottato una direttiva che aumenta, dal giugno 2009, da 20.000 a 50.000 euro la garanzia sui depositi in caso di fallimento di una banca. Entro la fine del 2010 la garanzia salirà a 100.000 euro. Lo scopo è di ripristinare la fiducia dei risparmiatori e dare maggiore stabilità ai mercati finanziari, soprattutto alla luce delle recenti turbolenze. I tempi di rimborso saranno ridotti a 20 giorni, dagli attuali tre mesi. I correntisti dovranno essere informati dei loro diritti.

Dal 1994 le norme comunitarie assicurano che tutti gli Stati membri dispongano di una rete di sicurezza per i depositanti in caso di fallimento delle banche. La direttiva 94/19/CE ha fissato il livello minimo di copertura a 20.000 euro, consentendo però agli Stati membri di prevedere una copertura maggiore. In Italia, la copertura dei depositi è assicurata per 103.291,38 euro, i "vecchi" 200 milioni di lire. Gli avvenimenti del 2007 e del 2008 e soprattutto le attuali turbolenze sui mercati finanziari hanno però messo in luce talune carenze e le loro conseguenze in termini di fiducia dei depositanti. Inoltre, cresce la consapevolezza che molti risparmiatori potrebbero essere colti di sorpresa e non venire rimborsati in caso di fallimento della loro banca, perché i loro risparmi superano i limiti di copertura vigenti nel loro paese. Il livello di 20.000 euro, infatti, non sembra più adeguato alla situazione attuale.
Nell'ottobre 2008, pertanto, il Consiglio europeo ha chiesto alla Commissione di presentare una proposta per ripristinare la fiducia dei depositanti e dare maggiore stabilità ai mercati finanziari. Approvando con 557 voti favorevoli, 21 contrari e 3 astensioni un compromesso negoziato con il Consiglio dal relatore, il Parlamento ha adottato una direttiva che aumenta fino a 50.000 euro, entro il 30 giugno 2009, la «copertura totale dei depositi». Inoltre, entro la fine del 2010, questo importo dovrà essere ulteriormente incrementato fino a 100.000 euro. Secondo le stime, il sistema vigente copre circa il 65% dei depositi aventi titolo, mentre i nuovi importi coprirebbero l'80% (con una copertura di 50.000 euro) e il 90% (con una copertura di 100.000 euro) dei depositi.
Gli importi delle garanzie sui depositi dovranno essere applicati a tutti i depositanti indipendentemente dal fatto che la moneta dello Stato membro sia l'euro o meno, e potranno peraltro essere adeguati in funzione del tasso d'inflazione. D'altro canto, la Commissione potrà presentare una proposta di modifica di questa disposizione se la relazione che dovrà stilare entro fine 2009 concluderà che tale aumento e tale armonizzazione siano «inopportuni e non sostenibili sul piano finanziario per tutti gli Stati membri ai fini della protezione dei consumatori, della stabilità finanziaria e della prevenzione delle distorsioni transfrontaliere fra Stati membri». Queste disposizioni, è precisato, non ostano al mantenimento in vigore di misure che, anteriormente al 1° gennaio 2008, offrivano la copertura totale per determinati tipi di depositi, in particolare per ragioni di carattere sociale.

Tempi più brevi per i rimborsi e informazioni ai correntisti
Il termine di rimborso di tre mesi previsto attualmente, prorogabile a 9 mesi, è ritenuto in contrasto con la necessità di preservare la fiducia dei depositanti e non risponde alle loro esigenze. Pertanto, il termine è ridotto a venti giorni lavorativi. Questo periodo potrà essere esteso di altri 10 giorni lavorativi «solo in casi eccezionali e previo accordo delle autorità competenti». Due anni dopo l'entrata in vigore della direttiva la Commissione dovrà presentare una relazione sull'efficacia e i tempi delle procedure di rimborso, che stabilisca l'eventuale opportunità di una riduzione dei tempi di rimborso a 10 giorni lavorativi.
Gli Stati membri, inoltre, dovranno cercare di garantire la continuità dei servizi bancari e l'accesso alla liquidità delle banche, soprattutto in periodi di turbolenze finanziarie. A tal fine, gli Stati membri sono incoraggiati ad introdurre quanto prima possibile disposizioni atte ad assicurare rimborsi d’emergenza di congruo ammontare su richiesta del depositante entro e non oltre tre giorni dalla data della richiesta.
Come richiesto dai deputati, gli Stati membri dovranno provvedere affinché gli enti creditizi mettano a disposizione dei depositanti effettivi e potenziali le informazioni necessarie per individuare il sistema di garanzia dei depositi al quale aderiscono l'ente e le sue succursali all'interno della Comunità. I depositanti dovranno essere informati sulle disposizioni del sistema di garanzia dei depositi o di eventuali accordi alternativi, compresi l'importo e la portata della copertura forniti dal sistema stesso. A richiesta, inoltre, dovranno essere fornite, informazioni sulle condizioni di indennizzo e sulle formalità che devono essere espletate per ottenerlo.

L'Assemblea ha inoltre approvato le seguenti relazioni:

 

ISTRUZIONI

 

APPROVATO LO STATUTO DEGLI ASSISTENTI DEGLI EURODEPUTATI
Doc. A6-0483/2008
Relatore: GIUSEPPE GARGANI

Relazione sulla proposta di regolamento del Consiglio che modifica il regime applicabile agli altri agenti delle Comunità europee
Procedura: Consultazione legislativa - Dibattito: 16.12.2008 - Votazione: 16.12.2008

L'Aula ha approvato lo statuto degli assistenti dei deputati europei che si applicherà a partire dalla prossima legislatura. Gli assistenti che lavorano a Bruxelles e/o Strasburgo saranno assunti mediante un contratto diretto con il Parlamento europeo e retribuiti dal bilancio UE sulla base di una griglia salariale definita. Gli assistenti dovranno conoscere una lingua straniera e, per gli inquadramenti più alti, possedere una laurea. Avranno diritto anche una rappresentanza sindacale.

Adottando con 598 voti favorevoli, 19 contrari e 47 astensioni la relazione, il Parlamento ha approvato un pacchetto di emendamenti di compromesso negoziati con il Consiglio in merito al nuovo statuto degli assistenti dei deputati europei. Dopo l'approvazione formale da parte del Consiglio, lo statuto sarà applicabile a partire della nuova legislatura che prenderà inizio a seguito delle elezioni europee del 7 giugno 2009.
In base allo statuto dei membri del Parlamento europeo, i deputati hanno diritto di essere assistiti da collaboratori personali che scelgono liberamente. Attualmente, tutti i collaboratori sono assunti, in base a contratti soggetti al diritto nazionale, direttamente dai deputati, cui il Parlamento europeo rimborsa le spese sostenute nei limiti di un tetto massimo. Il 9 luglio 2008 l'Ufficio di presidenza del Parlamento europeo ha approvato le misure di attuazione per lo Statuto degli eurodeputati, distinguendo due figure di assistenti: gli assistenti parlamentari accreditati e gli assistenti "locali". I primi, assunti in uno dei tre luoghi di lavoro del Parlamento, sono sottoposti a un regime giuridico specifico e i cui contratti sono stipulati e gestiti direttamente dal Parlamento. Gli "assistenti locali", sono persone fisiche che assistono i deputati nel loro Stato membro di elezione e che hanno stipulato con loro un contratto di lavoro o di prestazione di servizi nel rispetto del diritto nazionale applicabile.
Per gli "assistenti locali" il nuovo regime prevede che il deputato si serva di un ente terzo riconosciuto per corrispondere lo stipendio e informi il Parlamento riguardo alla loro situazione. Gli assistenti accreditati, invece, essendo chiamati a svolgere mansioni direttamente connesse con le attività svolte da uno o più eurodeputati nell'esercizio delle sue funzioni al Parlamento europeo, saranno assunti mediante un contratto diretto con il Parlamento e saranno soggetti al regime applicabile agli altri agenti dell'UE. Così si terrà conto della loro particolare situazione, delle particolari funzioni che sono chiamati a svolgere e degli specifici doveri ed obblighi cui devono adempiere nei confronti degli eurodeputati. E' peraltro precisato che ciò non conferisce agli assistenti accreditati un accesso privilegiato o diretto a posti di funzionario o altre categorie di agenti delle Comunità europee o a concorsi interni per tali posti (riservati ai funzionari e agli agenti temporanei).
Data la natura dei compiti, è prevista un'unica categoria di assistenti parlamentari accreditati, suddivisa tuttavia in diversi gradi, nei quali tali assistenti sono collocati su indicazione dei deputati interessati, in conformità di specifiche misure di attuazione adottate con decisione interna del Parlamento europeo. Per essere assunti in qualità di assistente parlamentare, occorre essere in possesso dei requisiti seguenti:

Per l'inquadramento ai gradi più alti (da 14 a 18), gli assistenti saranno tenuti «ad avere completato una formazione universitaria attestata da un diploma o a possedere un'esperienza professionale equivalente».
La durata del contratto di un assistente parlamentare dovrebbe essere direttamente collegata alla durata del mandato del deputato o dei deputati interessati e, pertanto, dovrà essere concluso a tempo determinato e giungere a scadenza non oltre il termine della legislatura durante la quale è stato concluso. La remunerazione degli assistenti accreditati sarà finanziata dal bilancio UE con gli stanziamenti globali destinati alla sezione relativa al bilancio del Parlamento europeo. Lo statuto precisa gli importi degli stipendi base.
Spetterà al deputato stabilire la durata settimanale del lavoro di un assistente che, è precisato, in tempi normali non potrà superare le 42 ore settimanali. L'assistente, tuttavia, potrà essere tenuto a effettuare ore di lavoro straordinario, ma «soltanto nei casi di urgenza o di aumento eccezionale di lavoro». Le ore di straordinario effettuate, però, non daranno diritto «né a compensazione né a retribuzione». Agli assistenti si applicheranno, per analogia, talune disposizioni previste per funzionari e agenti dell'UE in materia di sicurezza sociale.
Gli assistenti parlamentari accreditati dovrebbero avere una rappresentanza statutaria al di fuori del sistema previsto per i funzionari e gli altri agenti delle Comunità. I loro rappresentanti, è precisato, «dovrebbero agire da interlocutori nei confronti dell'autorità competente del Parlamento europeo, tenendo conto che andrebbe stabilito un collegamento formale tra la rappresentanza statutaria del personale e i rappresentanti autonomi degli assistenti».
Entro il 31 dicembre 2011 il Parlamento europeo dovrà presentare una relazione sull'applicazione del regolamento al fine di esaminare la necessità eventuale di adattare le norme che si applicano agli assistenti parlamentari accreditati. In base al regolamento, la Commissione potrà formulare le proposte che riterrà opportune al riguardo.

 

ALTRI DOCUMENTI APPROVATI

 

TRASPORTI

CONSUMATORI

GIUSTIZIA E AFFARI INTERNI

SVILUPPO E COOPERAZIONE

BILANCIO

DIRITTI UMANI

GIURIDICA

ISTRUZIONE E CULTURA

PETIZIONI

SVILUPPO REGIONALE

MERCATO INTERNO

ESTERI

VARIE

 

 

 

DAL PARLAMENTO EUROPEO

 

Tutti i documenti approvati sono disponibili
per n° di documento o per data di approvazione sul sito: http.www.europarl.eu.int/activities/expert/ta/search.do?language=IT

 

STRASBURGO  -  SESSIONE 12 - 15 GENNAIO 2009

 

RELAZIONI ESTERNE

 

GAZA: DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE PÖTTERING

Aprendo la seduta, il Presidente HANS-GERT PÖTTERING ha deplorato l'escalation nel conflitto a Gaza, sostenendo che è inaccettabile che continui la sofferenza della popolazione. «Quanto dovremo aspettare - ha chiesto - prima che la ragionevolezza prevalga sulla violenza?». Ha quindi affermato che il lancio di missili da parte di Hamas «è inaccettabile» e che non bisogna dimenticare che è Hamas ad aver interrotto la tregua, tuttavia «la proporzionalità dei mezzi deve essere rispettata».
Ha poi sottolineato che è necessario garantire la fornitura degli aiuti alla popolazione nella Striscia di Gaza per evitare l'aggravarsi della situazione umanitaria. A tal fine, bisogna consentire alle organizzazioni umanitarie di lavorare, «non solo tre ore al giorno». Ribadendo che non vi è una soluzione militare al conflitto in Medio oriente, il Presidente ha rivolto un appello affinché si giunga a una tregua immediata, con la mediazione dell'Egitto e l'inclusione di tutti gli attori, e si riprendano i negoziati che conducano a «due Stati sovrani in confini sicuri».
A suo parere, ciò implica il ritiro immediato delle truppe israeliane e una riconciliazione tra le parti palestinesi e un ruolo attivo della comunità internazionale e dell'UE nel promuovere la pace, anche con un contingente militare. Ma occorre anche fermare il traffico di armi verso Gaza. Le eventuali forze europee dovranno avere l'obiettivo di ripristinare la fiducia e garantire la sicurezza e, pertanto, necessitano di un «mandato forte». Per il Presidente «non dobbiamo solo perseguire la pace, dobbiamo concluderla».
Ricordando le iniziative prese dal Parlamento nell'ambito dell'Anno europeo del dialogo interculturale, ha infine sottolineato che le immagini in TV vengono strumentalizzate dagli estremisti che non cercano la pace. Solo il dialogo, ha concluso, può portare a uscire dalla crisi.

GAZA: CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO E RIPRESA DEI NEGOZIATI
Doc. B6-0051, 0054, 0056, 0057, 0058, 0059/2009

Risoluzione sulla situazione nella Striscia di Gaza
Procedura: Risoluzione comune - Dibattito: 14.1.2009 - Votazione:15.1.2009

Cessate il fuoco immediato, ritiro delle truppe israeliane, fine dei lanci di razzi su Israele e del traffico di armi. E' quanto chiede il Parlamento assieme a una tregua negoziale e ipotizzando anche l'invio di una forza multinazionale per ristabilire la sicurezza. Condannando gli attacchi su obiettivi civili, chiede a Israele di garantire il flusso di aiuti umanitari e riaprire i valichi di frontiera. Sollecita Hamas a promuovere il dialogo tra palestinesi, contribuire ai negoziati di pace e a riconoscere il diritto all'esistenza di Israele, per giungere a una soluzione fondata su "due Stati".

Approvando a larghissima maggioranza (poche astensioni e nessun voto contrario) una risoluzione sostenuta da tutti i gruppi politici (eccetto l'IND/DEM), il Parlamento chiede «un cessate il fuoco immediato e permanente che preveda altresì la fine del lancio di razzi da parte di Hamas contro Israele e il termine dell'attuale azione militare israeliana a Gaza».
Inoltre, accoglie con favore l'adozione della risoluzione 1860 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dell'8 gennaio 2009, ma si rammarica che finora sia Israele sia Hamas non abbiano aderito alla richiesta di cessazione delle ostilità formulata dalle Nazioni Unite. Concorda peraltro sulla necessità di prevedere urgentemente disposizioni e garanzie a Gaza per il mantenimento di un cessate il fuoco durevole «che includa nel contempo il ritiro delle truppe israeliane, la riapertura stabile dei valichi di frontiera e la prevenzione del traffico illegale di armi e munizioni».
Il Parlamento chiede una tregua negoziale che dovrebbe essere garantita da un meccanismo, istituito dalla comunità internazionale coordinata dal Quartetto e dalla Lega araba, e che «potrebbe includere una presenza multinazionale nel quadro di un mandato chiaro, al fine di ristabilire la sicurezza e garantire il rispetto del cessate il fuoco per le popolazioni di Israele e di Gaza». Invita poi il Consiglio a esercitare maggiori pressioni per far cessare le violenze in corso e incoraggia gli sforzi diplomatici intrapresi finora dalla comunità internazionale, in particolare dall'Egitto e dall'Unione europea.
Nell'esprimere «sgomento» dinanzi alle sofferenze della popolazione civile a Gaza, il Parlamento «condanna con forza in particolare il fatto che durante gli attacchi siano stati colpiti obiettivi civili e delle Nazioni Unite» ed «esprime la propria solidarietà alla popolazione civile vittima della violenza a Gaza e nel sud d'Israele». Osserva infatti che l'operazione israeliana è finora costata la vita a circa un migliaio di persone a Gaza, «la maggior parte delle quali donne e bambini», e ha provocato migliaia di feriti e la distruzione di case, scuole e altre importanti infrastrutture civili. Il Parlamento, inoltre, chiede con insistenza alle autorità israeliane di consentire il libero accesso agli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza e di «garantire un flusso continuo e sufficiente degli aiuti attraverso i corridoi umanitari». Israele dovrebbe anche «assolvere ai suoi obblighi a norma del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario» e permettere alla stampa internazionale di seguire gli avvenimenti sul posto.
Al contempo, i deputati sollecitano Hamas a «porre fine al lancio di razzi e assumersi le sue responsabilità impegnandosi in un processo politico finalizzato a ripristinare il dialogo tra i palestinesi e a contribuire al processo negoziale in corso». In proposito, il Parlamento sottolinea la necessità di rinnovare gli sforzi per una «riconciliazione interpalestinese» tra tutte le componenti della società palestinese, sulla base dell'accordo della Mecca del febbraio 2007, che prevede l'accettazione degli accordi precedenti, «incluso il diritto di esistenza dello Stato di Israele». Sottolinea poi che «solo reali progressi verso la pace e un miglioramento sostanziale della situazione in Cisgiordania e a Gaza «possono rafforzare la legittimità dell'Autorità palestinese».
Esorta l'UE a prendere una posizione politica «più determinata e coesa» e invita il Consiglio a cogliere l'opportunità di collaborare con la nuova amministrazione USA per porre fine al conflitto con un accordo fondato sulla soluzione dei "due Stati", per garantire una nuova sicurezza pacifica in Medio Oriente. Al riguardo, sottolinea «l'esigenza di un collegamento geografico permanente e di una riunificazione politica pacifica e duratura tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania».
A seguito del voto, il Presidente PÖTTERING ha annunciato che, in veste di co-presidente, promuoverà l'adozione di una risoluzione simile da parte dell'Assemblea euromediterranea.

Dichiarazione della Presidenza
Aprendo il dibattito, il Ministro degli esteri ceco, Karel Schwarzenberg, ha descritto la «drammatica situazione in Medio Oriente», soffermandosi sulla crisi umanitaria e sottolineando che «il 4 novembre dello scorso anno al personale delle ONG straniere non è stato garantito l'accesso a Gaza per consegnare e monitorare correttamente l'aiuto umanitario». A suo parere, «si comincia a delineare una soluzione alla crisi». Innanzitutto, ci deve essere «un incondizionato arresto degli attacchi missilistici da parte di Hamas verso Israele e la fine dell'azione militare di Israele per permettere la consegna degli aiuti umanitari, il ripristino dei servizi pubblici e le indispensabili cure mediche».
Ha anche sostenuto che «lo spiegamento di una missione internazionale per monitorare l'attuazione del cessate il fuoco ed agire da tramite per le due parti, potrebbe essere d'aiuto», sottolineando che «l'Unione europea è pronta a far ritornare i suoi osservatori». Il ministro ha anche ribadito che l'Unione è pronta ad «aiutare qualsiasi governo palestinese che segua politiche e misure che riflettono i principi del Quartetto», ma «sono necessari ed urgenti sforzi maggiori delle parti per raggiungere una completa pace, basata sulla visione di una regione dove due Stati democratici, Israele e Palestina, vivano in pace, fianco a fianco, entro confini sicuri e riconosciuti».

Dichiarazione della Commissione
Benita Ferrero-Waldner, commissario per le relazioni esterne, ha rilevato che «il conflitto di Gaza, entrato nella sua terza settimana, peggiora di giorno in giorno», causando immense sofferenze umane sia per colpa dei missili di Hamas sia per l'azione militare israeliana. Oltre a questo impatto immediato, il conflitto «fa slittare le prospettive di pace ancora più lontano» e «produce un impatto negativo sulla stabilità dell'intera regione». E' quindi imperativo un cessate il fuoco immediato, ha aggiunto, per permettere agli aiuti umanitari di accedere alla Striscia di Gaza, e occorre un «arresto incondizionato» dei lanci di missili da parte di Hamas e dell'azione militare israeliana.
Ricordando che la richiesta di cessate il fuoco rappresenta un elemento chiave della risoluzione 1860 delle Nazioni Unite, la commissaria ha fatto notare che deve essere fermato il contrabbando di armi attraverso i tunnel tra Gaza e Egitto, va pattugliato il corridoio Filadelfia fra il confine fra Gaza e Egitto e devono essere aperte le frontiere per l'aiuto umanitario. L'Autorità palestinese aveva accettato queste richieste, ma Israele e Hamas stavano «ancora studiandole». Forse, ha proseguito, «tra qualche giorno avremo un vero cessate il fuoco». Sia Israele sia Hamas, ha ricordato, hanno respinto la risoluzione 1860 ma si è detta fiduciosa che, con l'aiuto dell'Egitto e della Turchia, una soluzione duratura possa presto essere trovata. Concludendo il suo intervento ha sottolineato la necessità di riprendere il dialogo per un accordo politico non appena terminino le ostilità.


IL PARLAMENTO CHIEDE IL RILASCIO DELLE SUORE ITALIANE RAPITE IN SOMALIA
Doc. B6-0033/2009

Risoluzione sulla situazione nel Corno d'Africa
Procedura: Risoluzione - Dibattito: 14.1.2009 - Votazione: 15.1.2009

In una risoluzione sulla situazione nel Corno d'Africa, il Parlamento chiede al governo somalo di condannare il rapimento delle due suore cattoliche, Maria Teresa Olivero e Caterina Giraudo, e di adoperarsi per accelerarne il rilascio e prevenire ulteriori rapimenti. Sollecita poi l'Etiopia e l'Eritrea a cooperare con le organizzazioni umanitarie e a garantire i diritti dell'uomo e la libertà di stampa e di espressione.

Approvando un emendamento proposto da MARIO MAURO (PPE/DE, IT) e STEFANO ZAPPALÀ (PPE/DE, IT), il Parlamento chiede al governo federale transitorio somalo «di condannare il rapimento delle due suore cattoliche (Maria Teresa Olivero e Caterina Giraudo), di adoperarsi per accelerarne il rilascio e prevenire ulteriori rapimenti».
Nella risoluzione sulla situazione nel Corno d'Africa - approvata con 570 voti favorevoli, 11 contrari e 27 astensioni - il Parlamento condanna gli attacchi sempre più frequenti contro operatori umanitari avvenuti negli ultimi mesi che hanno gravemente ostacolato la fornitura degli aiuti e hanno contribuito a peggiorare la situazione umanitaria in Somalia. Chiede inoltre al Consiglio e alla Commissione di continuare il loro sostegno a favore del potenziamento delle istituzioni somale, dell'attuazione dell'accordo di pace di Gibuti e degli sforzi dell'autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD) nel processo di pace. Insiste poi sulla necessità di procedere al potenziamento della missione dell'Unione africana in Somalia (AMISOM) e al dispiegamento di una forza di stabilizzazione delle Nazioni Unite in tempi rapidi non appena le condizioni politiche e di sicurezza lo permettano.

 

CONSIGLIO EUROPEO

 

DIBATTITO SULLE PRIORITÀ DELLA PRESIDENZA CECA

Dichiarazione del Consiglio - Illustrazione del programma della Presidenza ceca
Dibattito:14.1.2009

Il Parlamento europeo ha tenuto un ampio dibattito a Strasburgo con la nuova presidenza ceca. I deputati hanno discusso sulle priorità della Presidenza con il Primo ministro Mirek Topolánek: economia, energia e Unione europea nel mondo. In tale ambito sono stati anche evocati la crisi del gas Russia/Ucraina-UE e la situazione a Gaza, nonché la crisi economica ed i progressi del trattato di Lisbona.

HANS-GERT PÖTTERING, presentando il Primo ministro Topolànek, ha ricordato come la Repubblica ceca sia passata da paese comunista a membro dell'Unione Europea. Ha inoltre sottolineato che, dall'ampliamento del 2004, la Repubblica ceca è stato il secondo Stato membro (dopo la Slovenia) ad assumere la Presidenza UE del Consiglio e ha ribadito il pieno sostegno del Parlamento europeo.







Dichiarazione della Presidenza
«La questione ceca è una questione europea», ha esordito Mirek Topolánek sostenendo di credere in un'Europa delle libertà, dei diritti, delle idee e delle regole. Le priorità della presidenza ceca, ha spiegato, si possono ricapitolare con le tre E: economia, energia e Europa nel mondo. Alle quali si aggiungono due G portate dall'attualità: Gas e Gaza. Il motto della Presidenza, ha ricordato, è «un'Europa senza barriere» ma anche «un'Europa di regole». Per quanto riguarda l'economia, ha spiegato, la Presidenza spingerà per una piena attuazione delle conclusioni della Dichiarazione del Vertice G20 dello scorso novembre nonché delle conclusioni del Consiglio europeo del dicembre 2008. Si impegnerà inoltre nella piena affermazione e nell'esercizio delle quattro libertà basilari, alle quali bisognerebbe aggiungerne una quinta: la libertà di movimento della conoscenza.
La Presidenza ceca, ha detto, continuerà a promuovere un'energia sicura, competitiva e sostenibile per l'Europa, diversificandone le forniture e le vie di trasporto ma anche prendendo in seria considerazione lo sviluppo di un'energia nucleare sicura. La priorità energetica è «legata inscindibilmente alla politica della protezione ambientale» e, in tale ambito, la Presidenza cercherà di raggiungere un accordo globalmente accettabile in merito agli impegni per il dopo 2012, e ciò significa «coinvolgere gli Stati Uniti, la Cina e l'India».
Per quanto riguarda l'Europa nel mondo, il Primo Ministro ha sottolineato che la nuova recrudescenza delle tensioni tra Israele e Hamas richiede, a suo parere, un approccio attivo dall'Unione europea ma anche un coordinamento con gli attori globali e regionali. Fra le priorità, ha poi fatto riferimento agli accordi di associazione con i paesi orientali, alle relazioni transatlantiche, agli accordi di associazione con la Russia, all'ampliamento verso i paesi dei Balcani occidentali e Turchia, alla dimensione meridionale della politica di vicinato europea nonché alla sicurezza interna dell'Unione, inclusi ulteriori progressi nell'area Schengen. Ha successivamente osservato che nei prossimi sei mesi ci saranno altri temi importanti che dovranno essere affrontati dall'Unione: le elezioni europee, l'avvio delle discussioni sulla nuova composizione della Commissione europea e la posizione irlandese in merito al trattato di Lisbona. A quest'ultimo riguardo si è detto convinto della necessità di «procedere sensibilmente nelle discussioni e rispettando la sovranità dei cittadini irlandesi». Se nella Repubblica ceca dovesse aver luogo un referendum sul trattato di Lisbona, ha detto, questo non avrebbe esito positivo. Bisogna quindi trovare una soluzione che la maggioranza degli irlandesi sia in grado di accettare.

Dichiarazione della Commissione
Facendo riferimento ai due nuovi temi cui si è dovuta confrontare la Presidenza ceca, la crisi nella fornitura del gas e Gaza, il Presidente della Commissione JOSÉ MANUEL BARROSO ha sostenuto la necessità di «dimostrare che l'Unione può far fronte a tali crisi» e, per quanto riguarda le elezioni europee del 2009, «dobbiamo dimostrare agli europei che spetta a loro coprire un ruolo nell'elezione del prossimo Parlamento».
Nel 2008, l'Europa ha dimostrato di essere in grado di prendere decisioni difficili, sul cambiamento climatico e in risposta alla crisi finanziaria. Ha contribuito alla soluzione del conflitto tra Russia e Georgia e si è occupata di molte altre tematiche. Ha quindi proseguito ribadendo che «non bisogna perdere l'impeto nel 2009» e l'Europa «deve dar prova di leadership» nel prossimo incontro del G20. Altri temi in agenda comprendono la giustizia e le libertà civili, il cambiamento climatico, una revisione dei bilanci, misure per la crisi finanziaria, il mercato interno dell'energia, le telecomunicazioni e il trasporto su strada e, ha sottolineato, «queste sono aree dove l'Unione può veramente fare la differenza».
Ritornando poi ai problemi tra la Russia e l'Ucraina sulla fornitura di gas, Barroso ha definito la situazione «inaccettabile ed incredibile», poiché le forniture non sono riprese il giorno dopo della firma dell'accordo. Ha quindi aggiunto che «la Commissione intende inviare un chiaro messaggio a Mosca e a Kiev. Se l'accordo non sarà onorato, la Commissione suggerirà alle società di adire le vie legali e agli Stati membri di cercare fornitori alternativi. Vedremo presto se si tratta di un semplice disguido tecnico oppure di una mancanza di volontà politica». In gioco è la questione se Russia e Ucraina possono essere considerati «partner affidabili». Ha infine concluso ribadendo che, comunque, la Commissione avanzerà misure per dare una spinta al mercato interno delle forniture energetiche.

Interventi in nome dei gruppi politici

JOSEPH DAUL Presidente del Gruppo PPE/DE ha esordito nel dibattito affermando che i problemi principali cui deve far fronte la nuova presidenza ceca - la recessione economica, la crisi nella fornitura di gas e il Medio Oriente - dimostrano che «un fronte unito è l'unico atteggiamento che possiamo adottare». Per quanto riguarda la fornitura di gas ha spiegato che «non possiamo accettare che gli Stati membri dell'Unione siano ostaggi in una disputa», sottolineando la necessità «di una politica energetica per ridurre la nostra dipendenza». In merito alla crisi israelo-palestinese, ha proseguito, l'Europa necessita di «un impegno strategico» per questa parte del mondo. Si è poi domandato se siamo pronti a dispiegare mezzi militari - per la pace, non per la guerra - come pure risorse finanziarie. Infine, sulla crisi finanziaria, ha invitato la presidenza ceca insieme alla Commissione, a «definire regole per gli operatori economici» e sottolineato la necessità di «una supervisione mondiale del sistema per i mercati».




 

EURO

 

L'EURO HA 10 ANNI: SIMBOLO DELL'INTEGRAZIONE E SCUDO CONTRO LA CRISI

Decimo anniversario dell'euro - Seduta solenne alla presenza di Jacques Delors, ex Presidente della Commissione europea; Jean-Claude Juncker, Presidente dell'Eurogruppo; Jean-Claude Trichet, Presidente della Banca centrale europea; Joaquín Almunia, Commissario europeo
13.1.2009

Uno dei più grandi successi dell'Europa, simbolo dell'integrazione, fattore essenziale di stabilità e strumento fondamentale per la difesa dell'UE dagli choc economici e finanziari esterni. E' così che il Presidente Pöttering, Jean-Claude Trichet, Jean-Claude Juncker, Joaquín Almunia e Valéry Giscard d'Estaing hanno definito l'euro nella seduta solenne che ha celebrato il decimo anniversario della sua introduzione.

Dopo la proiezione di un video storico, il Presidente HANS-GERT PÖTTERING ha dato inizio alla seduta solenne sottolineando che l'introduzione dell'euro è stata una delle più importanti decisioni assunte dall'UE. La moneta unica, ha proseguito, è un elemento fondamentale del mercato comune ed ha semplificato i commerci, ispira fiducia ed è un vantaggio sicuro per i cittadini europei. Ha inoltre dotato l'Eurozona di uno strumento di difesa dagli choc esterni. Il Presidente ha infatti rilevato come l'euro abbia portato alla stabilità, salvando l'Europa dalle ripercussioni della recente crisi: «senza l'euro le conseguenze sarebbero state di gran lunga peggiori».
Ha poi affermato che la moneta unica rappresenta un segnale che l'UE è in grado di adottare misure per il suo futuro comune. Osservando come, con l'adesione della Slovacchia all'inizio dell'anno, la zona euro è ora composta di 16 Stati, il Presidente ne ha auspicato un ampliamento «che la renderà ancora più stabile». Ha quindi voluto ringraziare tutti i protagonisti del passato che hanno promosso l'adozione dell'euro e coloro che lo gestiscono nel presente e, citando quanto detto da Helmut Khol nel 1998, ha affermato: «la moneta è molto di più di un mezzo di pagamento, è parte dell'identità culturale e indicatore della stabilità politica». In conclusione, ha augurato all'euro tanta fortuna, nella speranza che continui ad essere un elemento positivo.

 

GIUSTIZIA E AFFARI INTERNI

 

PASSAPORTI BIOMETRICI: NIENTE IMPRONTE DIGITALI PER I MINORI DI 12 ANNI
Doc. A6-0500/2008

Relazione sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica il regolamento (CE) n. 2252/2004 del Consiglio relativo alle norme sulle caratteristiche di sicurezza e sugli elementi biometrici dei passaporti e dei documenti di viaggio rilasciati dagli Stati membri
Procedura: Codecisione, prima lettura - Dibattito: 13.1.2009 - Votazione: 14.1.2009

Da fine giugno 2009 i passaporti dei cittadini europei dovranno includere due impronte digitali in un microchip. Il Parlamento ha adottato un regolamento che esenta i minori di 12 anni da quest'obbligo, prevedendo la revisione di tale soglia alla luce di uno studio sull'affidabilità delle impronte dei bambini. Per una maggiore tutela di questi ultimi, è prevista l'applicazione del principio "una persona, un passaporto", rinunciando alla prassi di iscriverli sui documenti di viaggio dei genitori.

Approvando con 594 voti favorevoli, 51 contrari e 37 astensioni un maxi-emendamento di compromesso concordato col Consiglio dal relatore, il Parlamento ha adottato una modifica dell'attuale regolamento sulle norme minime di sicurezza dei passaporti che già prevede l'applicazione di un microprocessore che contenga elementi di identificazione biometrica (tratti facciali e impronte digitali). Il compromesso precisa che il microchip dovrà essere «altamente protetto» e che dovranno essere rilevate «due impronte digitali, prese a dita piatte», in formato interoperativo. Le nuove disposizioni sulle impronte digitali si applicheranno a partire dal 28 giugno 2009.

Impronte digitali solo per i bambini di età superiore a 12 anni
L'accordo raggiunto con il Consiglio fissa a dodici anni l'età dei bambini esentati dal rilevamento delle impronte digitali. Permette però agli Stati membri che, prima della data di entrata in vigore del regolamento, hanno adottato una legislazione che prevede un limite di età inferiore a 12 anni di continuare ad applicare questa soglia per altri quattro anni. Precisa, peraltro, che tale limite non può essere inferiore a sei anni. Infatti, i progetti pilota condotti in alcuni Stati membri hanno evidenziato che le impronte dei bambini di meno di sei anni di età non sono di una qualità tale da consentire una verifica univoca dell'identità.
Tuttavia, il compromesso prevede che, entro tre anni dall'entrata in vigore del regolamento, la Commissione presenti una relazione basata su uno studio approfondito e su vasta scala, realizzato da un'autorità indipendente sotto la sua supervisione, che dovrà esaminare l'affidabilità e la fattibilità tecnica dell'utilizzazione a fini di identificazione e verifica delle impronte digitali dei bambini di età inferiore a 12 anni, ivi compreso un confronto dei tassi di respingimento ingiustificato registrati in ciascuno Stato membro. Se necessario, la relazione dovrà essere corredata di proposte volte ad adeguare il regolamento.
Sono beninteso esentate dal rilevamento delle impronte anche le persone per le quali questa operazione «è fisicamente impossibile». L'accordo con il Consiglio prevede inoltre che qualora il rilevamento delle impronte digitali previste sia temporaneamente impossibile, gli Stati membri dovranno consentire il rilevamento delle impronte delle altre dita. Se invece fosse temporaneamente impossibile rilevare le impronte di qualsiasi altro dito, potranno rilasciare un passaporto temporaneo avente una validità di 12 mesi o inferiore.
Il compromesso precisa poi che gli identificatori biometrici dovranno essere rilevati «da personale qualificato e debitamente autorizzato delle autorità nazionali competenti per il rilascio di passaporti e documenti di viaggio». Prescrive inoltre che gli Stati membri dovranno rilevare gli identificatori biometrici «nel rispetto dei diritti stabiliti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo». Dovranno anche garantire che siano predisposte «procedure appropriate a garanzia della dignità della persona interessata, in caso di difficoltà nel rilevamento».

Tutela dei bambini e principio "una persona - un passaporto"
Entro tre anni dall'entrata in vigore del regolamento, la Commissione dovrà presentare una relazione sui requisiti per i bambini che, viaggiando soli o accompagnati, attraversano le frontiere esterne degli Stati membri. Se necessario, dovrà proporre iniziative appropriate al fine di garantire un'impostazione comune riguardo alle norme sulla protezione dei bambini che attraversano le frontiere esterne degli Stati membri.
Inoltre, come ulteriore misura di sicurezza e per tutelare maggiormente i bambini, sarà introdotto il principio "una persona - un passaporto". I passaporti, infatti, dovranno essere rilasciati «come documenti individuali». Questa regola è raccomandata anche dall'Organizzazione per l'aviazione civile internazionale (ICAO) e fa in modo che il passaporto e i dati biometrici siano collegati esclusivamente al titolare del documento. Al momento, infatti, i bambini possono figurare sul passaporto dei genitori senza che i loro dati figurino nel microchip e ciò può facilitare la tratta dei bambini, dato che è difficile effettuare controlli affidabili sull'identità del bambino.
Per quanto riguarda l'Italia, ad esempio, fino a 15 anni, il minore può lasciare il paese con un certificato o estratto di nascita vidimato dal questore (cosiddetto lasciapassare). Fino a 16 anni, inoltre, può viaggiare con l’iscrizione sul passaporto di un genitore o di chi ne fa le veci o con il passaporto individuale. Al compimento del 16° anno, invece, il minore dovrà avere un proprio passaporto. Per richiedere il passaporto per il figlio minore è necessario l'assenso di entrambi i genitori (coniugati, conviventi, separati o divorziati).

L'Assemblea ha inoltre approvato la seguente relazione:

 

DIRITTI FONDAMENTALI

 

DIRITTI FONDAMENTALI NELL'UE: STOP ALLE DISCRIMINAZIONI
Doc. A6-0479/2008

Relazione sulla situazione dei diritti fondamentali nell'Unione europea 2004-2007
Procedura: Iniziativa - Dibattito: 17.12.2008 - Votazione:14.1.2009

Il Parlamento rileva le restrizioni poste alle libertà individuali dalla lotta al terrorismo e chiede di agire contro gli incitamenti razzisti e omofobici e le discriminazioni dei rom e delle coppie omosessuali. Particolare attenzione va rivolta alle donne (discriminazione sul lavoro, violenze e salute sessuale) e ai bambini vittime di sfruttamento e violenze. Chiede anche agli Stati membri di legiferare sul testamento biologico e di promuovere la libertà di stampa e le lingue regionali.

Approvando la relazione con 401 voti favorevoli, 220 contrari e 67 astensioni, il Parlamento sottolinea anzitutto che l'attuazione dei diritti fondamentali deve «essere un obiettivo di tutte le politiche europee» e che, a tal fine, le istituzioni dell'UE «dovrebbero promuoverli attivamente, tutelarli e tenerne pienamente conto in fase di elaborazione e adozione della legislazione». D'altro canto, deplora che gli Stati membri «continuino a sottrarsi a un controllo comunitario delle proprie politiche e pratiche in materia di diritti dell'uomo e cerchino di limitare la protezione di tali diritti ad un quadro puramente interno». Chiede quindi al Consiglio di integrare nelle sue future Relazioni annuali sui diritti dell'uomo nel mondo un'analisi della situazione in ogni Stato membro. Sollecita inoltre il potenziamento della cooperazione tra le varie istituzioni e organizzazioni incaricate della protezione dei diritti fondamentali, sia a livello europeo che internazionale. Ed esorta la Commissione ad affidare il portafoglio dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali ad un solo commissario.
Il Parlamento richiama poi l'attenzione sul fatto che una politica attiva a favore dei diritti umani «non può limitarsi ai casi più visibili per l'opinione pubblica» e che gravi violazioni dei diritti umani «si verificano ai margini del controllo pubblico, in istituzioni chiuse per bambini, anziani e malati o nelle prigioni». Sottolinea pertanto che gli Stati membri e l'Unione europea «dovrebbero garantire una vigilanza qualificata, in termini sia di norme che di prassi, sulle condizioni di vita in dette istituzioni chiuse».

Diritti dell'uomo, libertà, sicurezza e giustizia, e lotta al terrorismo
Nello sviluppo di uno spazio giudiziario europeo, il Parlamento chiede agli Stati membri che non lo abbiano ancora fatto la rapida adozione di un atto legislativo adeguato sui diritti degli individui nelle procedure penali e invita gli Stati membri ad accertarsi che il mandato d'arresto europeo e altre misure di riconoscimento reciproco siano applicati in conformità delle norme UE in materia di diritti umani. Allo stesso tempo rileva il diritto delle persone arrestate di godere di tutte le garanzie giudiziarie nonché, se del caso, dell'assistenza diplomatica del paese di cui sono cittadini e dei servizi di un interprete indipendente.
Sottolinea poi che i due obiettivi di rispettare i diritti fondamentali e di garantire la sicurezza collettiva sono compatibili e interdipendenti, e che politiche adeguate possono «evitare che un approccio repressivo metta a repentaglio le libertà individuali». Esprime quindi preoccupazione per il fatto che la cooperazione internazionale nella lotta contro il terrorismo «è spesso sfociata in un abbassamento del livello di protezione dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, in particolare il diritto fondamentale alla vita privata, alla protezione dei dati e alla non discriminazione». A suo parere, pertanto, l'UE dovrebbe promuovere una vera strategia basata sul rispetto integrale delle norme internazionali, che tenga conto «della necessità di un controllo giudiziario efficace dei servizi di intelligence per evitare l'utilizzo di informazioni ottenute sotto tortura o mediante maltrattamenti... come elemento di prova nel quadro dei procedimenti giudiziari, anche in fase di istruzione».

Razzismo e discriminazioni dei rom
In linea generale, il Parlamento osserva «con inquietudine» l'insoddisfacente situazione dell'attuazione delle politiche antidiscriminatorie ed esorta quindi gli Stati membri che ancora non l'hanno fatto a concretizzare l'attuazione di tali politiche. Al contempo si compiace della proposta di direttiva orizzontale sulla discriminazione ma si rammarica del vasto numero di eccezioni, con il rischio che servano «a codificare pratiche discriminatorie esistenti».
Il Parlamento plaude all'adozione della decisione quadro del Consiglio sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale. Esorta poi gli Stati membri a perseguire con determinazione qualsiasi incitazione all'odio «espressa in programmi mediatici razzisti e articoli che diffondano idee intolleranti, attraverso reati di odio nei confronti di Rom, immigrati, stranieri, minoranze nazionali tradizionali e altre minoranze, nonché da gruppi musicali e in occasione di concerti neonazisti». I partiti e i movimenti politici che esercitano una forte influenza sui mass-media dovrebbero inoltre astenersi dalle incitazioni all'odio e dalla diffamazione nei confronti delle minoranze in seno all'Unione. Il Consiglio e la Commissione, nonché le diverse amministrazioni locali e nazionali degli Stati membri, dovrebbero poi coordinare le misure volte a combattere l'antisemitismo e le aggressioni ai danni delle minoranze «in modo tale da far rispettare i principi di tolleranza e non discriminazione e da promuovere l'integrazione sociale, economica e politica».
Il Parlamento ritiene che la comunità Rom abbia bisogno di una protezione speciale poiché è diventata una delle più consistenti minoranze dell'UE. Sottolinea inoltre che tale comunità «è stata storicamente emarginata» e che ad essa «è stato impedito di svilupparsi in determinati settori chiave, a causa di problemi di discriminazione, di stigmatizzazione e di esclusione che si sono sempre più intensificati». Nota poi che gli sforzi compiuti finora «non hanno apportato miglioramenti strutturali e duraturi», in particolare «in settori fondamentali come l'accesso all'istruzione, alla sanità, a un alloggio e al lavoro». Rileva quindi la necessità di un approccio globale che rifletta la dimensione europea della discriminazione verso i Rom e ritiene che una strategia-quadro dell'UE «dovrebbe affrontare i problemi reali, fornendo una tabella di marcia per gli Stati membri, che fissi gli obiettivi e le priorità e agevoli i processi di controllo e valutazione».

Discriminazioni degli omosessuali
Il Parlamento invita gli Stati membri dotati di una legislazione relativa alle coppie dello stesso sesso a riconoscere le norme adottate da altri Stati membri e aventi effetti analoghi. Quest'ultimi dovrebbero anche proporre delle linee guida per il reciproco riconoscimento della legislazione vigente tra diversi Stati membri, al fine di «garantire che il diritto alla libera circolazione nell'Unione europea delle coppie dello stesso sesso si applichi alle medesime condizioni delle coppie eterosessuali». La Commissione è poi invitata a presentare proposte che garantiscano l'applicazione, da parte degli Stati membri, del principio di riconoscimento reciproco per le coppie omosessuali, sposate o legate da un'unione civile registrata, nella fattispecie quando esercitano il loro diritto alla libera circolazione previsto dal diritto dell'Unione europea. Il Parlamento chiede poi agli Stati membri che non l'abbiano ancora fatto ad adottare iniziative legislative per eliminare le discriminazioni cui sono confrontate alcune coppie in ragione del loro orientamento sessuale. Gli emendamenti proposti dall'UEN per sopprimere queste richieste sono stati respinti dall'Aula con poco più di 400 voti contrari.
Nel chiedere alla Commissione di proporre un atto legislativo simile a quello sul razzismo per combattere l'omofobia, i deputati ritengono inoltre che le affermazioni discriminatorie «di esponenti politici, sociali e religiosi estremisti» (questi ultimi due aggiunti da un emendamento dell'ALDE approvato con 367 voti favorevoli, 294 contrari e 25 astensioni) contro gli omosessuali «alimentino l'odio e la violenza e chiede una loro condanna da parte degli organi dirigenti competenti». Rilevano poi che «il divieto discriminatorio dei cortei, nonché qualsiasi inadempienza all'obbligo di offrire una tutela adeguata a quanti vi partecipano, costituisce una violazione dei principi sanciti» in diverse istanze europee.
Invitano inoltre la Commissione a fare in modo che gli Stati membri diano asilo alle persone che fuggono dal proprio paese poiché vittime di persecuzioni basate sul loro orientamento sessuale, di adottare iniziative a livello bilaterale e multilaterale per porre termine alle persecuzioni delle persone in base al loro orientamento sessuale. In tale ambito sostengono l'iniziativa francese per la depenalizzazione universale dell'omosessualità (che costituisce reato in 91 paesi). Dovrebbe anche avviare uno studio sulla situazione delle persone transessuali negli Stati membri e nei paesi candidati, «in particolare per quanto concerne i rischi di molestie e violenza».

Discriminazioni e violenze sulle donne
Il Parlamento invita gli Stati membri e l'Unione europea a combattere con misure efficaci la discriminazione diretta e indiretta nei confronti delle donne in tutti i settori (incluso il matrimonio, la convivenza e altre relazioni familiari) e la discriminazione multipla (che avviene in base al genere e contemporaneamente per altri motivi). Sottolinea poi la necessità di riconoscere e combattere, a livello europeo e nazionale, la violenza subita dalle donne a causa del loro genere, in particolare la violenza, e lo sfruttamento sessuale in tutte le sue forme. Chiede inoltre agli Stati membri di non accettare il richiamo a costumi, tradizioni o ad altre considerazioni religiose per giustificare forme di discriminazione, oppressione o violenza nei confronti delle donne o l'adozione di politiche che possono mettere in pericolo la loro vita.
Rileva anche l'esigenza di aumentare la sensibilizzazione pubblica quanto al diritto alla salute riproduttiva e sessuale e chiede agli Stati membri di garantire che le donne «possano godere pienamente di tali diritti, di istituire un'adeguata educazione sessuale, informazioni e servizi di consulenza riservati e - con 427 sì, 199 no e 42 astensioni - di facilitare i metodi di contraccezione onde prevenire gravidanze indesiderate e aborti illegali e a rischio, e di combattere la pratica della mutilazione genitale femminile». Ciò vale anche per le donne appartenenti alle minoranze etniche, per le quali andrebbero anche messi a disposizione fondi pubblici a questo scopo.
I deputati ribadiscono poi la necessità di affrontare seriamente il divario retributivo tra i sessi e di sostenere politiche attive di conciliazione tra vita privata, professionale e familiare, sollecitando al contempo l'adozione di misure per contrastare le molestie sessuali e morali sul luogo di lavoro. Chiedono inoltre agli Stati membri di combattere la discriminazione nei confronti delle donne incinte sul mercato del lavoro e di adottare tutte le misure necessarie per garantire un elevato livello di protezione delle madri, anche mutualizzando i costi del congedo parentale. Ritengono anche essenziale che nei sistemi di protezione sociale sia garantita l'individualizzazione dei diritti piuttosto che la loro determinazione in base al nucleo familiare.

Vietare ogni forma di violenza sui bambini
Il Parlamento condanna ogni forma di violenza sui bambini e ribadisce in particolare la necessità di combattere le forme di violenza più frequentemente riscontrate negli Stati membri: pedofilia, violenze sessuali, violenze familiari, punizioni corporali nelle scuole e differenti forme di abuso nelle istituzioni. Chiede poi di istituire e portare a conoscenza del pubblico meccanismi «sicuri, riservati ed accessibili», che consentano ai bambini di denunciare le violenze. Gli Stati membri dovrebbero inoltre vietare le varie forme di sfruttamento dei bambini, compreso lo sfruttamento a fini di prostituzione, della produzione di materiale pedopornografico, traffico di droga, borseggio, mendicità e ogni altra forma di sfruttamento, eliminare la pratica dei matrimoni non ufficiali tra minori, vietare totalmente le punizioni corporali, eliminare ogni forma di lavoro minorile.
Secondo i deputati, la detenzione di delinquenti minorenni deve essere applicata come «ultima risorsa» e per un periodo «più limitato possibile». Chiedono quindi di prevedere soluzioni alternative alla detenzione per i minori e insistono sulla necessità di garantire misure di rieducazione come i servizi socialmente utili al fine di assicurare la reintegrazione sociale e professionale di queste persone. Invitano inoltre gli Stati membri ad allineare i loro sistemi giudiziari affinché nessun minore venga giudicato in base alle stesse modalità applicate per un adulto.

Testamento biologico
Con 374 voti favorevoli, 261 contrari e 51 astensioni il Parlamento chiede agli Stati membri che non l'abbiamo ancora fatto di varare una legislazione sul testamento biologico, in conformità dell'articolo 8 della Convenzione di Oviedo sui diritti dell'uomo e la biomedicina, secondo cui «sono tenuti in considerazione i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell'intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà", e «assicurare in tal modo il diritto alla dignità alla fine della vita».

Garantire la libertà di stampa
Per i deputati la libertà di espressione deve essere esercitata «entro i limiti consentiti dalla legislazione, coesistere con la responsabilità personale e basarsi sul rispetto dei diritti altrui». Pur compiacendosi della situazione «globalmente soddisfacente» in termini di libertà di stampa esistente negli Stati membri, temono che «i tentativi di questi ultimi anni di bandire dal dibattito pubblico determinati temi diano luogo in molti Stati membri a una forma di censura non ufficiale o un'autocensura dei mezzi d'informazione». Chiedono quindi «agli Stati membri che in questi ultimi anni hanno utilizzato le loro istituzioni giudiziarie, o prevedono di modificare la propria legislazione, per violare il diritto dei giornalisti alla segretezza delle loro fonti, nonché quello dei giornalisti e degli editori a pubblicare le informazioni, di migliorare la loro legislazione e le loro prassi». Al contempo, sottolineano la necessità di poter garantire l'esercizio del diritto a un risarcimento in sede giudiziaria in caso di notizie false o diffamazione e nel rispetto della legislazione vigente.

Tutela delle minoranze nazionali
Il Parlamento osserva che i recenti allargamenti dell'Unione europea hanno aggiunto circa 100 gruppi di popolazioni minoritarie alla cinquantina che già esisteva nell'Europa dei 15. Nel chiedere che sia elaborata una definizione comune europea di appartenenza a una minoranza nazionale, incoraggia l'uso di tipi appropriati di soluzioni di autogoverno che rispettino pienamente la sovranità e l'integrità degli Stati membri. Sottolinea inoltre l'importanza di tutelare e promuovere le lingue regionali e minoritarie anche attraverso finanziamenti mirati e programmi specifici che affiancano il programma di apprendimento lungo tutto l'arco della vita. Incoraggia poi l'uso di tipi appropriati di soluzioni di autogoverno (autonomia personale-culturale, territoriale, regionale), basati sull'accordo del gruppo maggioritario e della minoranza, «rispettando nel contempo pienamente la sovranità e l'integrità territoriale degli Stati membri».

Nel tempo previsto per le dichiarazioni di voto è intervenuto MICHL EBNER (PPE/DE-I):

"Signor Presidente, onorevoli colleghi, io condivido quello che ha detto qua l'onorevole Pirker, per cui non devo più soffermarmi. Credo che il collega Catania ha sbagliato tema, questa relazione non doveva nemmeno arrivare qua in Aula perché gli uffici dovrebbero verificare se una relazione ricalca il tema e il titolo posto o se è tutt'altra cosa. Questa relazione è tutta un'altra cosa e non si riferisce di fatto al titolo e all'incarico postogli.
Per quanto riguarda la questione specifica, quella che riguarda il paragrafo 49, avrei preferito che l'Aula adottasse il testo originale non modificandolo. Io ho votato contro la relazione nel suo intero, appunto per i motivi enunciati."





Nel tempo previsto per le dichiarazioni di voto è inoltre intervenuto per iscritto CARLO CASINI (PPE/DE-I):

"Il mio voto negativo finale non è causato tanto dal contenuto del rapporto in questione, quanto dalle sue omissioni.
Non è possibile discutere di diritti umani senza parlare del primo e fondamentale: il diritto alla vita. Ogni anno nei 27 Paesi vengono distrutti circa un milione e duecentomila esseri umani con l'aborto volontario. Si tratta di una cifra drammatica, alla quale va aggiunto il numero degli aborti illegali e quello incalcolabile degli embrioni umani distrutti con l'uso della tecnica della fecondazione in vitro. È doveroso prendere atto della diversità di opinioni su questo problema, ma è certo che esso investe alla radice la cultura dei diritti umani. La risoluzione, invece, non solo ignora questo problema, ma cerca di farlo dimenticare, concentrando l'attenzione soltanto sulla "salute riproduttiva e sessuale" della donna. Nessuno può essere contrario alla salute della donna, specie se giovane, gestante e madre, ma questo non può giustificare la totale dimenticanza del diritto dei figli. D'altronde è noto che, surrettiziamente, il linguaggio "salute riproduttiva e sessuale" viene usato per comprendervi l'aborto inteso come diritto e come servizio sociale."




L'Assemblea ha inoltre approvato le seguenti relazioni:

 

OCCUPAZIONI E AFFARI SOCIALI

 

AUTORIZZAZIONE A RATIFICARE LA CONVENZIONE SUL LAVORO NELLA PESCA (2007) DELL'ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE DEL LAVORO
Doc. A6 - 0423/2008

Relazione sulla proposta di decisione del Consiglio che autorizza gli Stati membri a ratificare, nell’interesse della Comunità europea, la Convenzione sul lavoro nella pesca - 2007, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Convenzione 188)
Procedura: consultazione; Dibattito: 13/01/2009 - Voto: 14/01/2009

La relazione è stata approvata con 671 voti a favore, 16 contrari e 6 astenuti.
La convenzione n. 188 è accompagnata dalla raccomandazione n. 199 sul lavoro nel settore della pesca, approvata dalla Conferenza internazionale del lavoro del giugno 2007.
Fine ultimo della convenzione 2007 è quello di ottenere e mantenere un livello di pari condizioni nel settore della pesca, promuovendo condizioni di vita e di lavoro dignitose per i pescatori e più eque condizioni di concorrenza nel mondo e cercando di porre rimedio al basso tasso di ratifica di molte convenzioni nel campo del lavoro in mare.
La convenzione distingue tra 9 diversi gruppi di norme: (I) definizioni e campo d'applicazione, (II) principi generali, (III) requisiti minimi di lavoro a bordo delle navi da pesca, (IV) condizioni di servizio, (V) alloggiamento e alimentazione, (VI) cure sanitarie, tutela della salute e previdenza sociale, (VII) conformità e applicazione, (VIII) emendamenti agli allegati I, II e III, e (IX) disposizioni finali.
L'adozione della Convenzione OIL sul lavoro nel settore della pesca, tanto attesa dai lavoratori del settore, rappresenta un passo avanti verso l'introduzione di condizioni di lavoro dignitose per gli addetti di questo importante e strategico settore, dato che la stessa copre diversi aspetti dell'attività professionale quali miglioramenti nelle installazioni e nelle condizioni di sicurezza sul lavoro, salari, cure sanitarie in mare e a terra, periodi di riposo, contratti di lavoro e sicurezza sociale. I sindacati e le altre organizzazioni professionali del settore hanno appoggiato la sua ratifica in tempi brevi, nonostante tali standard siano già in vigore in alcuni paesi. L'importante è che le norme minime valide per tutti siano applicate universalmente, fatta salva l'esistenza di norme nei singoli Stati membri che siano più favorevoli ai lavoratori.
La relatrice ha appoggiato pertanto la proposta della Commissione, la quale ha suggerito che sia il Consiglio ad autorizzare gli Stati membri a ratificare la convenzione del 2007 sul lavoro nel settore della pesca dell'Organizzazione internazionale del lavoro, per quanto riguarda le parti soggette alla giurisdizione comunitaria.
Vista la sua importanza, la relatrice ha esortato inoltre a compiere tutti gli sforzi possibili affinché sia garantita una ratifica della convenzione da parte degli Stati membri in tempi brevi (preferibilmente prima del 2012, come suggerito dalla Commissione). Ha richiamato inoltre l'attenzione sul fatto che la convenzione entrerà in vigore soltanto quando sarà stata ratificata da dieci dei 180 Stati membri dell'OIL, otto dei quali dovranno essere Stati costieri.

Nel dibattito è intervenuto, a nome del gruppo PPE/DE, ILES BRAGHETTO (PPE/DE-I) Presidente della Delegazione italiana UDC-SVP nel Gruppo del PPE/DE:

"Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Commissario, come sappiamo, ma come è stato anche detto stasera, il settore della pesca è ritenuto dall'Organizzazione internazionale del lavoro uno degli ambienti di lavoro più pericolosi, si calcolano circa 24.000 incidenti mortali l'anno e questo dà la dimensione del problema. Perciò è un settore che necessita di un'ampia regolamentazione e di esaurienti norme internazionali, in grado di garantire adeguata tutela delle condizioni di vita e di lavoro dei pescatori in tutto il mondo, spesso esposti a gravi situazioni di sfruttamento.
La convenzione 188 sul lavoro nella pesca è quindi una normativa di fondamentale importanza, destinata a definire pari condizioni organizzative nel settore e più eque condizioni di concorrenza. Essa, come è stato detto, promuove condizioni di vita e di lavoro dignitose per i pescatori, salute e sicurezza sul luogo di lavoro, turni di riposo adeguati, composizione dell'elenco dell'equipaggio, rimpatrio, reclutamento, salari e previdenza sociale.
Vorremmo pertanto - e peraltro anche questo primo inizio di dibattito ha fatto capire quanta convergenza ci sia sull'importanza di questo provvedimento - sottolineare semplicemente la necessità e l'urgenza di procedere alla sua ratifica da parte degli Stati membri perché possa considerarsi in vigore al più presto."


L'Assemblea ha inoltre approvato le seguenti relazioni:

 

CONSUMATORI

 

GARANTIRE LA TUTELA DAPRATICHE COMMERCIALI SLEALI E PUBBLICITÀ INGANNEVOLE
Doc. A6-0541/2008

Relazione sul recepimento, attuazione e applicazione della direttiva 2005/29/CE relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno e della direttiva 2006/114/CE relativa alla pubblicità ingannevole e comparativa
Procedura: Iniziativa - Dibattito: 12.1.2009 - Votazione: 13.1.2009

Per garantire la fiducia di consumatori e imprese, il Parlamento sollecita la concreta applicazione delle direttive sulle prassi commerciali sleali e sulla pubblicità ingannevole. Chiede anche di riconoscere ai consumatori il diritto di ricorso diretto, di proteggere le PMI da prassi commerciali aggressive, di estendere i controlli e organizzare campagne d'informazione sui diritti dei consumatori. Va anche stabilita una "lista nera" delle pratiche pubblicitarie ingannevoli.

Approvando con 566 voti favorevoli, 18 contrari e 15 astensioni la relazione, il Parlamento sottolinea anzitutto l’importanza delle direttive sulle prassi commerciali sleali e sulla pubblicità ingannevole e comparativa nell’accrescere la fiducia dei consumatori e dei commercianti nei confronti delle transazioni transfrontaliere e nel garantire una maggiore certezza giuridica per le imprese in relazione all’ammissibilità di diverse prassi commerciali e pubblicitarie nel mercato interno.
Pertanto invita gli Stati membri a concentrare i propri sforzi a favore di un recepimento, un'attuazione e un'applicazione adeguati di tali direttive e garantire il rispetto di tutte le decisioni giudiziarie nazionali e delle sentenze della Corte di giustizia europea applicabili. Anche perché osserva che, nelle transazioni transfrontaliere, i consumatori e le imprese sono ostacolati da errori o ritardi nella trasposizione delle direttive da parte degli Stati membri. Esorta poi gli Stati membri a esaminare i propri regimi giuridici al fine di evitare possibili sovrapposizioni tra le norme adottate per il recepimento delle direttive in questione e le disposizioni nazionali già esistenti, «garantendo in tal modo una maggiore chiarezza per i consumatori e le imprese».
Per i deputati, la corretta trasposizione, attuazione e applicazione della direttiva sulle prassi commerciali sleali costituiscono «una fonte fondamentale per lo sviluppo futuro di detta legislazione e per il pieno sviluppo delle potenzialità del mercato interno, lo sviluppo del commercio transfrontaliero e del commercio elettronico». Invitano poi gli Stati membri che non l’avessero ancora fatto a considerare la necessità di riconoscere ai consumatori il diritto di ricorso diretto, al fine di garantire loro una protezione adeguata dalle prassi commerciali sleali. E chiedono alla Commissione di esaminare, la necessità di proteggere le piccole e medie imprese da prassi commerciali aggressive e, eventualmente, ad avviare le opportune misure di controllo.
Il Parlamento rileva poi come il frazionamento operato da alcuni Stati membri alla "lista nera" delle pratiche sleali vietate possa creare confusione alle imprese e portare a distorsioni nell’applicazione della direttiva. Sollecita inoltre la Commissione a proporre una modifica della direttiva sulla pubblicità ingannevole e comparativa, al fine di includervi una “lista nera” delle prassi da considerarsi in ogni caso ingannevoli.
In alternativa, dovrebbe proporre di estendere il campo di applicazione della direttiva sulle prassi commerciali sleali ai contratti tra imprese. Al riguardo, invita la Commissione a presentare entro dicembre 2009 una relazione sulle misure adottate e a cooperare con gli Stati membri all’adeguamento delle normative nazionali, affinché le “liste nere” siano quanto più possibile visibili e utili ai consumatori.
I deputati si compiacciono dei risultati conseguiti dalle indagini a tappeto condotte a livello comunitario dalla Commissione nell’ambito delle compagnie aeree e delle suonerie della telefonia mobile, in quanto costituiscono «un primo passo verso un migliore monitoraggio dell’attuazione e applicazione della legislazione sul mercato interno». Sottolineano poi la necessità di realizzare «estesi controlli» in merito a intervalli regolari ed esortano la Commissione a raccogliere dati analoghi inerenti all’attuazione della legislazione sul mercato interno in altri settori chiave. La Commissione dovrebbe anche sviluppare strumenti di controllo dell’attuazione più efficaci «in modo tale da migliorare l’applicazione delle norme a tutela del consumatore».
Il Parlamento accoglie con favore l’iniziativa della Commissione volta a creare una banca dati accessibile al pubblico contenente le misure adottate a livello nazionale per il recepimento della direttiva sulle prassi commerciali sleali, la giurisprudenza in materia e altro materiale pertinente. Invita inoltre la Commissione a utilizzare detta banca dati per la realizzazione di un sito web che costituisca un “unico punto di accesso” attraverso il quale sia le aziende sia i consumatori possano ottenere informazioni sulla legislazione vigente negli Stati membri. La Commissione e gli Stati membri dovrebbero poi organizzare campagne d’informazione per sensibilizzare i consumatori in merito ai loro diritti, «garantendo loro una maggiore tutela contro le prassi commerciali sleali e la pubblicità ingannevole e comparativa».

 

ALTRI DOCUMENTI APPROVATI

 

AFFARI ECONOMICI E MONETARI

SANITÁ PUBBLICA

MERCATO INTERNO, CONSUMATORI

CULTURA

DIRITTI DELLE DONNE

BILANCIO

AMBIENTE

AFFARI COSTITUZIONALI

AGRICOLTURA

COMMERCIO INTERNAZIONALE

GIURIDICA

TRASPORTI E TURISMO

VARIE