DAL PARLAMENTO EUROPEO
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BRUXELLES - MINISESSIONE 18 - 19 FEBBRAIO 2009
ISTITUZIONI |
APERTURA DELLA SEDUTA
Dando inizio ai lavori, il Presidente ha espresso le condoglianze del Parlamento alla Polonia per l'uccisione dell'ingegnere rapito da terroristi in Pakistan e all'Australia per le vittime degli incendi che hanno colpito il paese. Ha poi espresso preoccupazione per il processo contro membri bahà'ì incarcerati in Iran solo a causa del loro credo ed ha condannato l'espulsione dal Venezuela di un eurodeputato spagnolo a causa delle sue dichiarazioni rilasciate alla stampa.
Aprendo la seduta, il Presidente HANS-GERT PÖTTERING ha espresso le condoglianze del Parlamento alla Polonia e ai familiari di Piotr Stańczak, l'ingegnere polacco ucciso dai terroristi che lo avevano rapito in Pakistan. Il terrorismo, ha aggiunto, è un attacco alla libertà, ai diritti umani e alla democrazia, «con la violenza cieca si cerca di distruggere i nostri valori comuni» e rappresenta un pericolo per la sicurezza internazionale. L'Aula ha quindi reso omaggio al cittadino polacco osservando un minuto di silenzio.
Il Presidente ha poi espresso le condoglianze del Parlamento all'Australia per le vittime causate dagli incendi che hanno colpito il paese.
In seguito, Pöttering si è detto molto preoccupato per il processo che si aprirà in Iran contro sette esponenti bahà'ì incarcerati da mesi senza possibilità di difesa legale. A suo parere, si tratta di un processo che non assicura le fondamentali garanzie di uno Stato di diritto. Anche perché sono stati arrestati esclusivamente a causa del loro credo, mentre il Premio Nobel Shirin Ebadi che si era offerta di patrocinarli è stata minacciata. Il Presidente ha quindi esortato l'Iran a rispettare i diritti umani e la libertà religiosa.
Pöttering ha poi ricordato che il deputato Luis Herrero-Tejedor Algar (PPE/DE, ES) è stato arrestato ed espulso dal Venezuela, dove si trovava come membro della delegazione ufficiale del PPE/DE invitato da un partito d'opposizione, solo per aver rilasciato delle dichiarazioni alla stampa e senza nemmeno avere avuto la possibilità di prendere i suoi effetti personali. Il Presidente ha giudicato questo fatto «inaccettabile» e ha protestato con forza contro questo modo di procedere, condannando questi atti che ledono la dignità della persona.
IL PRESIDENTE CECO VACLAV KLAUS CONTRARIO A UN'INTEGRAZIONE PIÙ STRETTA DELL'UE
Intervenendo in Aula, il Presidente ceco Vaclav Klaus ha sostenuto che il Trattato di Lisbona aumenterebbe il deficit democratico dell'UE e che sarebbe un errore rafforzare i poteri del Parlamento europeo e ridurre quelli degli Stati membri. Per Pöttering tali opinioni sono espressione della molteplicità delle visioni in Europa e, rilevando come in democrazia sia la maggioranza a vincere, ha osservato che, in un parlamento del passato, Klaus non avrebbe potuto tenere un simile discorso.
Ascoltato l'inno europeo, il Presidente HANS-GERT PÖTTERING ha dato il benvenuto al Presidente ceco Vaclav Klaus, rilevando che il Parlamento europeo è la rappresentanza democratica dei cittadini dell'Europa unificata. Ha poi osservato che la Repubblica ceca è sempre stata al cuore dell'Europa e ha contribuito alla sua storia. Ha quindi detto di apprezzare il ruolo della Repubblica ceca nell'UE, accentuato ora dalla Presidenza di turno. In proposito, ha evidenziato che la ratifica, a grande maggioranza, del trattato di Lisbona da parte del Parlamento ceco, sottolinea la disponibilità della Presidenza a contribuire a un iter positivo delle ratifica del trattato, che «è indispensabile per affrontare le grandi sfide del XXI secolo».
Il Presidente si è poi detto preoccupato per le attuali tendenze protezionistiche, rilevando invece i benefici di un mercato unico libero e aperto. Ha quindi concluso sottoscrivendo l'appello del Presidente Klaus ai suoi cittadini di partecipare numerosi alle prossime elezioni europee, poiché sono «estremamente importanti».
Dopo aver ringraziato per l'invito, Vaclav Klaus ha sottolineato come il Parlamento europeo sia una delle istituzioni chiave dell'UE, che riunisce rappresentanti di 27 paese appartenenti a un'Unione europea che, da cinquanta anni, è «un'esperienza unica e, in principio, rivoluzionaria». Ricordando poi che tra meno di tre mesi il suo paese celebrerà i cinque anni dell'adesione all'UE, ha affermato che lo farà «con dignità» e, a differenza di altri nuovi Stati membri, senza dimostrare delusione per le aspettative non realizzate. Ha infatti spiegato che le attese ceche «erano realiste» e che era noto che non si trattava di un'adesione «a un'utopia». La possibilità di partecipare all'integrazione europea, ha proseguito, è stata presa come un'occasione per beneficiare dei vantaggi offerti dall'Europa e per contribuire al processo: «ci assumiamo la nostra parte di responsabilità nello sviluppo dell'Unione europea».
Il Presidente ha poi spiegato che «non vi sono alternative all'adesione» all'UE e che nessuna forza politica del suo paese la mette in dubbio. Per questa ragione si è detto «sgradevolmente imbarazzato» per gli attacchi «infondati» verso la Repubblica ceca circa la sua presunta volontà di trovare un altro gruppo d'integrazione cui aderire. L'integrazione europea, ha proseguito, ha per missione di eliminare «le barriere inutili e controproducenti per la libertà umana e la prosperità» riguardo alla circolazione di persone, beni, servizi, idee e filosofie politiche. Deve inoltre gestire progetti comuni che non possono essere raggiunti dai singoli Stati.
Il Presidente ha tuttavia affermato che le decisioni prese a Bruxelles «sono sicuramente più numerose di quanto sarebbe ottimale». In proposito ha posto una domanda retorica ai deputati: «siete sicuri, quando votate su una questione, che questa debba essere risolta in questa sala e non invece in un posto più vicino ai cittadini e, dunque, all'interno degli Stati membri?». L'attuale retorica «politicamente corretta», ha insistito, evidenzia altri effetti possibili dell'integrazione che sono «piuttosto secondari» e che «rappresentano le ambizioni di uomini politici professionisti e delle persone a loro legate anziché gli interessi dei cittadini comuni».
D'altra parte, ha ammesso che, benché l'adesione fosse l'unica alternativa, «i metodi e le forme d'integrazione europea offrono molte varianti possibili e legittime». A suo parere «è quindi sbagliato considerare lo stato attuale dell'organizzazione istituzionale dell'UE come un dogma» ed è altrettanto sbagliato «supporre che il solo futuro possibile dell'integrazione europea, postulato a priori e non criticabile, debba essere "un'Unione sempre più stretta" o l'integrazione sempre più profonda degli Stati membri». E l'imposizione di questo approccio «è inaccettabile». Inoltre, ha proseguito, «è chiaro che qualsiasi modifica istituzionale dell'UE non è un obiettivo in sé ma il mezzo per raggiungere dei veri obiettivi», tra i quali figura «un'organizzazione economica che possa garantire la prosperità, come l'economia di mercato». A suo parere, è questo quanto chiedono coloro «che hanno vissuto sotto l'oppressione del comunismo e che hanno combattuto contro un'economia pianificata organizzata dallo Stato».
Il sistema decisionale attuale dell'UE, ha aggiunto il Presidente, «è diverso da quello che è stato confermato dalla storia della democrazia parlamentare classica ... dove vi è una parte che sostiene il governo e l'altra all'opposizione». A suo parere, «ciò non esiste nel Parlamento europeo ... dove è imposta una sola alternativa mentre chi la pensa diversamente è considerato un avversario dell'integrazione europea». Riferendosi alla distanza tra i cittadini e l'Europa, ossia il deficit democratico, il Presidente ha affermato che i progetti di modifica dell'assetto istituzionale, come la Costituzione europea o il trattato di Lisbona, «aumenterebbero ulteriormente questo difetto». Inoltre, «essendo assente un popolo europeo la soluzione non consiste nemmeno nel rafforzare i poteri del Parlamento europeo». Ciò, ha insistito, «potrebbe aumentare il problema alienando ancora di più i cittadini dalle istituzioni europee».
La soluzione, ha proseguito il Presidente, non consiste neanche nel «melting pot dell'integrazione europea, né nella riduzione del ruolo degli Stati membri sotto il motto di una società europea multiculturale e multinazionale». Ha quindi affermato di temere che «il tentativo di accelerare e approfondire l'integrazione e di trasferire a livello europeo ulteriori decisioni che riguardano i cittadini degli Stati membri possa minacciare tutti i risultati positivi ottenuti dall'Europa negli ultimi cinquanta anni». Il successo dell'UE, ha proseguito, sta anche nel fatto che «l'opinione e la voce di ogni Stato membro hanno avuto finora la stessa importanza, al momento del voto, e sono state ascoltate». Ha quindi ammonito che se i cittadini non si riconoscessero più nel progetto europeo «ci potremmo ritrovare molto facilmente e rapidamente ai tempi di cui abbiamo l'abitudine di dire che appartengono a un passato lontano».
Ciò, ha proseguito, è legato anche alla questione della prosperità: «il sistema economico attuale dell'UE è quello dell'oppressione del mercato e del rafforzamento continuo della gestione centrale dell'economia». Ha quindi osservato che «nonostante la Storia abbia dimostrato che non si tratta della giusta direzione, la stiamo riprendendo di nuovo». Il Presidente ha poi affermato che la crisi finanziaria ed economica «non è stata una crisi del mercato .... ma è stata causata dalla manipolazione politica del mercato» e, in proposito, ha ricordato nuovamente «l'esperienza storica della nostra parte dell'Europa e le lezioni che ne abbiamo tratto». La soluzione, ha insistito, consiste unicamente «nella liberalizzazione e la deregolamentazione dell'economia europea».
Il Presidente ha quindi concluso sottolineando l'esigenza che «una discussione libera su tali questioni non sia considerata come un attacco all'idea stessa dell'integrazione europea». Abbiamo sempre creduto, ha proseguito, «che la democrazia autentica, che ci è stata negata per quaranta anni, è giustamente fondata sul diritto di dibattere apertamente sulle questioni gravi, di essere ascoltati e di difendere la possibilità di ciascuno di presentare il proprio parere anche se è diverso». Lo scambio libero delle idee e delle opinioni, ha aggiunto, «è una condizione essenziale della democrazia ... e costituisce il solo modo per rendere l'Unione europea più libera, più democratica e più prospera».
Il Presidente PÖTTERING, rivolgendosi a Vaclav Klaus, ha rilevato che egli ha parlato al Parlamento europeo come aveva auspicato e che «in un parlamento del passato non avrebbe potuto tenere questo discorso». «Grazie a Dio - ha aggiunto - viviamo in una democrazia europea in cui ognuno può esprimere la propria opinione». Il Presidente ha poi affermato che «siamo una famiglia europea dove, come in tutte le famiglie, ci sono punti di vista diversi». Ha in seguito sottolineato che se il Parlamento europeo non avesse tutta l'influenza che ha e non fosse co-legislatore sul 75% delle decisioni - che salirebbe a quasi il 100% con il trattato di Lisbona - sarebbe la burocrazia a decidere in Europa». «La sua visita - ha concluso - è espressione della molteplicità delle visioni in Europa .... e, come in ogni democrazia, vince la maggioranza».
SICUREZZA E DIFESA |
GAZA: RAFFORZARE GLI AIUTI UMANITARI E AGEVOLARNE IL FLUSSO
Procedura: Risoluzione - Dibattito:18.2.2009 - Votazione: 18.2.2009
La crisi umanitaria a Gaza ha raggiunto livelli inumani. Il Parlamento chiede il potenziamento degli aiuti alla popolazione e sollecita Israele a garantirne un flusso costante e adeguato. Esorta poi la revoca del blocco e la riapertura dei valichi, prevenendo il traffico di armi. Auspicando il recupero finanziario, economico e sociale della Striscia, ricorda che la ricostruzione presuppone un cessate il fuoco duraturo, la ripresa dei negoziati di pace e la riconciliazione tra i palestinesi.
Approvando con 488 voti favorevoli, 19 contrari e 5 astensioni una risoluzione sostenuta da tutti i gruppi politici (eccetto l'IND/DEM), il Parlamento sottolinea che il conflitto nella Striscia di Gaza «ha ulteriormente aggravato la crisi umanitaria nella regione, che ha raggiunto livelli inumani, e che l'88% della popolazione di Gaza dipende dagli aiuti alimentari».
Nel riconoscere quindi le sofferenze della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, il Parlamento chiede che gli aiuti umanitari ad essa destinati «siano immediatamente potenziati e non incontrino ostacoli». Questi aiuti, a suo parere, rappresentano infatti «un obbligo morale» e «devono essere forniti senza condizioni e restrizioni di sorta». Invita, inoltre, le autorità israeliane «ad autorizzare un flusso costante e adeguato di aiuti umanitari», inclusi tutti i materiali di cui necessitano l'UNRWA e le altre agenzie delle Nazioni Unite e internazionali per svolgere i propri compiti e rispondere alle esigenze della popolazione.
Il Parlamento osserva inoltre che la chiusura dei valichi di transito e il blocco ostacolano la fornitura di aiuti umanitari alla popolazione, mentre i servizi pubblici fondamentali registrano gravi carenze dovute alla mancanza del materiale di base e la mancanza di farmaci e di combustibile negli ospedali «continua a mettere a repentaglio vite palestinesi». Ribadisce quindi la sua richiesta di revocare il blocco, conformemente all'accordo sulla circolazione e l'accesso del novembre 2005, di aprire immediatamente e in modo duraturo i valichi di transito per persone e merci, ma anche di adottare misure di prevenzione del contrabbando e del traffico illecito di armi e munizioni. Chiede poi una valutazione dettagliata dei danni e un'analisi approfondita delle necessità della popolazione che possano servire da base ai programmi di ricostruzione.
Nel sollecitare il recupero finanziario, economico e sociale della Striscia di Gaza, «che è un elemento essenziale per la sicurezza nella regione», il Parlamento ricorda che gli aiuti dovrebbero comprendere pagamenti in contanti per erogare i salari, le pensioni e i sussidi sociali alle persone e alle famiglie più vulnerabili. Invita quindi Israele a «non ostacolare i trasferimenti bancari di denaro». Ritiene inoltre che, anche in vista della conferenza internazionale che si svolgerà a Sharm El Sheikh il 2 marzo, «qualsiasi politica sostenibile di ricostruzione e sviluppo ... presupponga un cessate il fuoco duraturo, supportato dalla ripresa di seri negoziati di pace tra israeliani e palestinesi, affiancati da un processo di riconciliazione nazionale tra i palestinesi».
Il Parlamento sottolinea infine che il sostegno finanziario dell'Unione europea ai palestinesi «non dovrebbe essere compromesso da continue distruzioni che riducono il sostegno dell'opinione pubblica europea ai progetti di ricostruzione». Osserva inoltre che la dotazione di bilancio per l'azione esterna dell'UE «è cronicamente sottofinanziata» e che «la promessa di un aiuto supplementare a Gaza non deve essere fatta a scapito di altre politiche». Rileva quindi che fondi supplementari potrebbero essere mobilitati ricorrendo a tutti i mezzi previsti dall'accordo interistituzionale.
Dichiarazione dell'Alto rappresentante PESC
Rivolgendosi all'Aula, Javier Solana, ha prima descritto la «straziante» situazione umanitaria a Gaza, ribadendo la necessità di una soluzione urgente per ridurre la sofferenza della popolazione. Ha quindi aggiunto che «i parametri per una soluzione sono noti», ci vuole la «volontà politica». L'Europa ha mantenuto il suo impegno per un possibile Stato palestinese, che vive fianco a fianco con Israele, e sosterrà chiunque vorrà una soluzione pacifica, ha detto. Inoltre, «probabilmente le condizioni per l'America e l'Europa di lavorare insieme per la pace sono più che mai favorevoli».
Rivolgendosi poi alle parti in conflitto, l'Alto rappresentante PESC ha auspicato che, a seguito delle recenti elezioni in Israele, «il nuovo Primo ministro e il governo saranno solidi interlocutori per la pace» e, al contempo, «i palestinesi metteranno ordine in casa propria», descrivendo la riconciliazione intra-plestinese come «la chiave per la pace, la stabilità e lo sviluppo». A medio termine, ha proseguito, i Territori occupati dovranno essere annessi allo Stato palestinese e, a tale scopo, «Gaza deve diventare sostenibile sia economicamente sia politicamente». Ha quindi chiesto l'apertura dei valichi di frontiera per l'aiuto umanitario e per il transito delle persone e delle merci.
Per la pace in Medio Oriente ci vuole un mondo arabo unito e, a suo parere, il prossimo vertice arabo sarà cruciale. Ma anche le elezioni iraniane saranno importanti e, al riguardo, ha sottolineato la necessità di «fiducia» tra l'Iran e l'Occidente. Concludendo il suo intervento, Solana ha ricordato che il 2009 rappresenta «un bivio», e la scelta sarà continuare con la stessa politica per avere gli stessi risultati oppure lavorare «con sinergia e determinazione», adeguando le linee politiche.
Dichiarazione della Commissione
Per Benita Ferrero-Waldner, commissario per le relazioni esterne, questo è un momento di transizione per il Medio Oriente. Israele avrà presto un nuovo governo e il nuovo governo USA non ha ancora definito le sue priorità in materia di politica estera. A suo parere, «un cambiamento nelle dinamiche può creare opportunità» ed ha auspicato anche a una prossima transizione nei territorio israeliani occupati.
Il conflitto di Gaza, ha proseguito, ha fatto sì che il processo di pace risulti «particolarmente fragile», tuttavia, «se ci deve essere la pace, tutti dobbiamo fare il possibile per riavviare i negoziati». E' necessario chiarire ai leader israeliani che «ci aspettiamo un forte impegno per una soluzione», e dobbiamo trovare una strada comune con l'amministrazione statunitense, sostenere gli sforzi diplomatici dei paesi confinanti e «migliorare gli impegni con la Lega Araba».
JOSEPH DAUL Presidente del Gruppo PPE/DE ha esordito nel dibattito affermando che la situazione a Gaza «peggiora ogni giorno di più e la popolazione soffre enormemente». L'embargo, israeliano, ha proseguito, comporta che gli aiuti umanitari debbano fare «un percorso di guerra», gli ospedali non possano funzionare correttamente e la popolazione non possa più essere assistita, insomma si tratta di «una catastrofe umanitaria di grande ampiezza». Ciononostante, ha detto, l'Unione europea ha continuato ad apportare il suo aiuto e, pertanto, «non è adesso che taceremo». Il messaggio degli europei dev'essere chiaro, ha spiegato, «non possiamo più tollerare che gli aiuti siano presi in ostaggio in questo conflitto».
Ha quindi ammonito Hamas che le confische di aiuti umanitari, come quelle del mese scorso, «sono intollerabili e non debbono essere ripetute». La ricostruzione economica e sociale della Striscia di Gaza, ha proseguito, «è essenziale per la stabilità della regione», ma nessuna ricostruzione sarà possibile senza un cessate il fuoco duraturo. Pertanto, Israele deve cessare le operazioni militari e Hamas deve smettere di lanciare missili da Gaza. A suo parere, occorre anche prendere tutte le misure necessarie per lottare contro il traffico di armi. Nel rilevare il ruolo dell'Egitto nei negoziati di pace, ha sottolineato che la soluzione al conflitto è possibile solo se si lascia aperta la via diplomatica. Ha quindi rivolto un appello a tutte le parti, inclusi il Quartetto e la Lega araba, a impegnarsi nei negoziati.
L'Assemblea ha inoltre approvato le seguenti relazioni:
RELAZIONI ESTERNE |
LA POLITICA EUROMEDITERRANEA VA RINNOVATA PROFONDAMENTE
Doc. A6-0502/2008
Relazione sul Processo di Barcellona: Unione per il Mediterraneo
Procedura: Iniziativa - Dibattito: 18.2.2009 - Votazione: 19.2.2009
L'intera politica euromediterranea dev'essere rinnovata profondamente rafforzando la dimensione politica e il co-sviluppo. E' quanto sostiene il Parlamento, precisando che l'Unione per il Mediterraneo non è un'alternativa all'ampliamento dell'UE e non incide sulle prospettive d'adesione. Occorre anche intensificare i negoziati di pace, favorire i diritti umani e la libertà religiosa nella regione, dare nuovo slancio alle politiche migratorie comuni e aumentare il sostegno economico dell'UE.
Approvando la relazione con 521 voti favorevoli, 44 contrari e 13 astensioni, il Parlamento osserva anzitutto che le due sponde del Mediterraneo «stanno allontanandosi sempre più sotto il profilo economico, politico e culturale», e che tali disparità «devono essere colmate al fine di creare a termine uno spazio di pace, sicurezza e prosperità condivisa». Rilevando poi il bilancio «deludente» del processo di Barcellona, ritiene che la proposta di un'Unione per il Mediterraneo (UpM) «costituisca uno strumento al servizio della pace e della prosperità e rappresenti un passo avanti verso l'integrazione economica e territoriale e la cooperazione nell'ambito ecologico e climatico tra i paesi del Mediterraneo». A condizione, però, «che siano realizzate le promesse e siano conseguiti risultati concreti e visibili».
Ricordando l'esigenza di non duplicare e sovrapporre strumenti, politiche e livelli istituzionali già esistenti e di garantire una coerenza a tutto il sistema delle relazioni euromediterranee, il Parlamento insiste sulla necessità di «rinnovare profondamente» l'intera politica euromediterranea, rafforzandone la dimensione politica e il co-sviluppo. Inoltre, ricorda che, in ogni caso, l'iniziativa UpM «non esaurisce la prospettiva più ampia di tale politica» e «non ostacolerà le altre iniziative di cooperazione regionale». Rileva peraltro che la partecipazione all'UpM «non rappresenta un'alternativa all'allargamento dell'UE e non incide sulle prospettive di adesione dei paesi candidati attuali o futuri».
Intensificare i negoziati di pace
Preoccupati per la recrudescenza del conflitto israelo-palestinese, che incide sul dialogo politico del partenariato euromediterraneo, i deputati auspicano che il rafforzamento delle relazioni euromediterranee dia nuovo impulso allo sviluppo di un'area di pace e prosperità che, assieme alla stabilità politica, «sono fondamentali per la sicurezza collettiva e individuale». Nel sottolineare poi che solo un'intensificazione dei negoziati volti a pervenire a una soluzione globale e duratura può permettere la realizzazione di questo obiettivo, ritengono che l'Unione europea «debba assumere un ruolo guida nella composizione di tali conflitti conquistando la fiducia di tutte le parti implicate». Si compiacciono, peraltro, per la decisione di includere la Lega degli Stati arabi come partecipante a tutte le riunioni a tutti i livelli, in considerazione del suo contributo positivo agli obiettivi della pace, della prosperità e della stabilità nella regione mediterranea.
Al fine di allentare le tensioni nell'area del Mediterraneo, il Parlamento ritiene necessario migliorare la comprensione sociale e culturale tra i popoli, e sollecita quindi gli Stati membri e la Commissione a presentare strategie per promuovere tale dialogo. Sostiene poi la decisione di dare una dimensione parlamentare forte all'UpM, «rinforzando così la sua legittimità democratica», che occorre approfondire ulteriormente. Rileva inoltre la necessità di proseguire formalmente la cooperazione nella lotta al terrorismo internazionale, al traffico di stupefacenti, alla criminalità organizzata e alla tratta di esseri umani, e sostiene l'idea di creare un'area priva di armi nucleari e di armi di distruzione di massa.
Promuovere i diritti dell'uomo e la libertà religiosa
Il Parlamento sottolinea che uno degli obiettivi principali della politica euromediterranea è la promozione dello Stato di diritto, della democrazia, del rispetto dei diritti dell'uomo e del pluralismo politico, e osserva che continuano a esistere «violazioni molto gravi». Nel chiedere di valutare i risultati fin qui raggiunti e l'adeguatezza degli strumenti messi in atto nell'ambito del partenariato, sollecita la Commissione a elaborare criteri di ammissibilità ben definiti per tali strumenti e a istituire un sistema efficace per il monitoraggio della loro attuazione. In tale contesto, invita tutte le parti coinvolte «ad approfondire e favorire il rispetto della libertà religiosa e di coscienza e dei diritti delle minoranze».
Esorta inoltre il Consiglio e la Commissione a iscrivere chiaramente la promozione dei diritti dell'uomo e della democrazia negli obiettivi della nuova iniziativa, a rafforzare ulteriormente l'applicazione dei meccanismi esistenti, tra cui la clausola sui diritti dell'uomo contenuta negli accordi di associazione, e a creare un meccanismo per l'applicazione di tale clausola negli accordi di nuova generazione e nei piani d'azione bilaterali della politica di vicinato.
Nuovo slancio alla gestione di politiche migratorie comuni
Il Parlamento invita tutti i paesi del partenariato, la Commissione e le future istituzioni dell'UpM a dare nuovo slancio alla gestione di politiche migratorie comuni, «allo scopo di valorizzare le risorse umane e di rafforzare gli scambi tra i popoli» ed «evitando una visione esclusivamente securitaria». Precisa poi che occorre concentrarsi sulle opportunità di migrazione legale, sulla lotta ai flussi migratori illegali, su una migliore integrazione degli immigrati e sull'esercizio del diritto di asilo. Nel rilevare l'importanza della stretta collaborazione euromediterranea, ritiene che il partenariato «debba accordare un'attenzione prioritaria alla gestione strutturata dei flussi migratori». D'altro canto sollecita l'Unione e gli Stati membri a verificare che nei centri per immigrati finanziati dall'UE siano pienamente rispettati i diritti dell'uomo e le libertà fondamentali.
Cooperazione economica, tutela dell'ambiente e politica energetica
Per i deputati, le iniziative economiche e commerciali dell'UpM per consentire la realizzazione di una zona di libero scambio reciprocamente vantaggiosa devono «favorire la crescita economica della regione, un suo migliore inserimento nell'economia mondiale e la riduzione del divario di sviluppo tra il nord e il sud del Mediterraneo, rafforzando ... la coesione sociale». In tale contesto, rilevano l'esigenza di tener conto dell'impatto sociale dei processi di liberalizzazione, soprattutto in termini di sicurezza alimentare. E precisano che l'obiettivo di un'area di libero scambio «non può essere valutato solo in rapporto alla crescita economica, ma soprattutto in termini di creazione di posti di lavoro».
Chiedendo poi di incoraggiare i giovani a creare piccole imprese, anche facilitando l'accesso al credito e al microcredito, il Parlamento ritiene che occorra rafforzare il sostegno al Fondo euromediterraneo di investimento e partenariato (FEMIP). Inoltre, nel sostenere lo sviluppo degli scambi commerciali sud-sud, chiede di valorizzare il ruolo delle parti sociali nella prospettiva di istituire un Comitato economico e sociale euromediterraneo. Invita poi il Consiglio e la Commissione a garantire la possibilità che tutti i paesi dell'UpM abbiano accesso ai programmi regionali già previsti dal partenariato.
Il Parlamento sostiene vivamente la dimensione ambientale dell'UpM, quali la nuova iniziativa per il disinquinamento del Mediterraneo e il progetto per l'energia solare. Ricorda poi che per raggiungere gli obiettivi fissati è necessario ampliare i settori di cooperazione, includendovi la gestione idrica, l'agricoltura, la sicurezza dell'approvvigionamento alimentare, l'energia, la formazione professionale, la cultura, la sanità e il turismo. Riconosce infine l'importanza di rafforzare la cooperazione nel settore energetico e l'esigenza di sviluppare un mercato energetico regionale al fine di realizzare progetti su ampia scala nei settori delle energie rinnovabili e delle infrastrutture energetiche.
IMMIGRAZIONE |
SANZIONI, ANCHE PENALI, PER CHI IMPIEGA IMMIGRATI ILLEGALI
Doc. A6-0026/2009
Relazione sulla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che introduce sanzioni contro i datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi soggiornanti illegalmente nell'UE
Procedura: Codecisione, prima lettura - Dibattito: 3.2.2009 - Votazione: 19.2.2009
Il Parlamento ha approvato formalmente la direttiva che introduce sanzioni contro i datori di lavoro che impiegano immigrati irregolari nell'UE. Tali sanzioni dovranno essere pecuniarie (inclusi i costi dell'eventuale rimpatrio), amministrative (ritiro della licenza d'esercizio o chiusura dello stabilimento) e, nei casi più gravi, penali. Gli Stati membri dovranno poi mettere a disposizione meccanismi per agevolare le denunce e garantire adeguate ispezioni sui luoghi di lavoro più a rischio.
Con 552 voti favorevoli, 105 contrari e 34 astensioni, il Parlamento ha adottato formalmente una nuova direttiva che, allo scopo di contrastare l’immigrazione illegale, vieta l'assunzione di cittadini di paesi terzi soggiornanti illegalmente e, a tal fine, stabilisce norme minime comuni relative a sanzioni applicabili ai datori di lavoro che violano tale divieto. La direttiva, che va a completare i testi legislativi sul rimpatrio e sulla "carta blu", sarà applicabile 24 mesi dopo la data di pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea.
La scorsa sessione, il Parlamento aveva approvato il maxi-emendamento di compromesso negoziato con il Consiglio dal relatore, ma aveva rinviato l'adozione formale del provvedimento per lasciare il tempo al Consiglio di esaminare e approvare, come poi ha fatto, una dichiarazione comune sul subappalto che sarà ora allegata al testo della direttiva.
Obblighi dei datori di lavoro
La direttiva impegna gli Stati membri a obbligare i datori di lavoro a chiedere ai cittadini di paesi terzi, prima di assumerli, di presentare il permesso di soggiorno o altra autorizzazione di soggiorno, nonché a tenere o registrare una copia di tali documenti almeno per la durata del periodo di lavoro per poterli esibire durante le eventuali ispezioni delle autorità competenti nazionali. Inoltre, devono essere tenuti a informare le autorità competenti dell’inizio dell’impiego di un cittadino di un paese terzo entro il termine stabilito dagli Stati membri. Questi, peraltro, hanno la facoltà di fissare una procedura semplificata di notifica se il datore di lavoro è una persona fisica che assume a fini privati. Se i datori di lavoro adempiono a queste disposizioni non potranno essere considerati responsabili di aver infranto il divieto di impiegare immigrati clandestini, a meno che non siano al corrente del fatto che il documento presentato è falso.
Sanzioni finanziarie, pagamento dei costi di rimpatrio e degli arretrati
In forza alla direttiva, gli Stati membri dovranno adottare le misure necessarie affinché i datori di lavoro che impiegano manodopera extra-comunitaria illegale «siano passibili di sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive». Queste potranno includere, sanzioni finanziarie che aumentano a seconda del numero di cittadini di paesi terzi impiegati illegalmente e il pagamento dei relativi costi di rimpatrio. Tuttavia, possono essere previste delle sanzioni ridotte per le persone fisiche che impiegano a fini privati e se «non sussistano condizioni lavorative di particolare sfruttamento».
I datori di lavoro, inoltre, saranno tenuti a pagare la retribuzione arretrata ai cittadini di paesi terzi illegalmente impiegati, che si presume corrisponda al salario minimo stabilito dalla legge, da accordi collettivi o dalla prassi del settore interessato. Ma dovranno anche versare un importo pari alle tasse e i contributi previdenziali che avrebbero pagato in caso di assunzione legale, incluse le penalità di mora e le relative sanzioni amministrative. Se del caso, dovranno pagare anche tutti i costi derivanti dal trasferimento delle retribuzioni arretrate verso il paese in cui è stato rimpatriato il lavoratore.
Gli Stati membri, inoltre, dovranno porre in atto gli appropriati meccanismi affinché i cittadini dei paesi terzi impiegati illegalmente possano presentare domanda e dare esecuzione ad una sentenza nei confronti del datore di lavoro per ogni retribuzione arretrata, anche nei casi di rimpatrio volontario o forzato, e possano ricevere tale pagamento.
Norme specifiche sono definite per i casi di subappalto, fermo restando che un appaltante «che ha adempiuto ai suoi obblighi con la debita diligenza come previsto dalla legislazione nazionale non è ritenuto responsabile». Parlamento e Consiglio, in una dichiarazione comune, sostengono che le norme della direttiva relative al subappalto non dovranno pregiudicare altre disposizioni legislative in materia eventualmente adottate in futuro.
Sanzioni amministrative: esclusione dalle sovvenzioni, chiusura e ritiro della licenza
Gli Stati membri dovranno anche adottare le misure necessarie affinché un datore di lavoro sia anche soggetto, se del caso, all'esclusione dal beneficio di alcune o di tutte le prestazioni, sovvenzioni o aiuti pubblici, compresi i fondi UE gestiti dagli Stati membri, e dalla partecipazione ad appalti pubblici, per un periodo fino a cinque anni. Potrà inoltre essere imposto il rimborso di alcune o di tutte le prestazioni, sovvenzioni o aiuti pubblici - inclusi fondi UE gestiti dagli Stati membri - concesse al datore di lavoro fino a 12 mesi prima della constatazione del lavoro illegale.
Infine, potrà essere decisa la chiusura temporanea o permanente degli stabilimenti in cui ha avuto luogo la violazione, o il ritiro temporaneo o permanente della licenza d’esercizio dell'attività economica in questione, «se giustificata dalla gravità della situazione». Gli Stati membri, tuttavia, avranno la facoltà di esonerare da queste sanzioni il datore di lavoro che sia una persona fisica che ha assunto a fini privati.
Sanzioni penali per i casi più gravi, come l'impiego di minori
In forza alla direttiva, gli Stati membri dovranno garantire che la violazione del divieto di assumere immigrati illegali, se intenzionale, «costituisca reato», come previsto dalla legislazione nazionale, se prosegue, oppure è costantemente reiterata, se riguarda l'impiego simultaneo di un numero significativo di cittadini di paesi terzi in posizione irregolare, se è accompagnata da situazioni di particolare sfruttamento, se è commessa da un datore di lavoro consapevole di impiegare una vittima della tratta di esseri umani e, infine, se riguarda l'impiego illegale di un minore. Sono punibili come reati anche l'istigazione, il favoreggiamento e la complicità nella commissione dei succitati atti.
Coloro che commettono queste violazioni dovranno essere punibili con sanzioni penali «effettive, proporzionate e dissuasive», da applicare ai sensi della legislazione nazionale fatte salve altre sanzioni o misure di natura non penale. La direttiva prevede anche disposizioni simili per le persone giuridiche, consentendo inoltre agli Stati membri di rendere pubblico un elenco di quelle ritenute responsabili di un siffatto reato. In ogni caso, la responsabilità della persona giuridica non esclude azioni penali contro le persone fisiche che commettano uno di questi reati o istighino qualcuno a commetterli o vi concorrano.
Agevolare le denunce, anche da parte di sindacati e ONG
La direttiva impone agli Stati membri di rendere disponibili meccanismi efficaci per consentire ai cittadini di paesi terzi impiegati illegalmente di presentare denuncia contro i loro datori di lavoro, sia direttamente sia attraverso parti terze designate dagli Stati membri, quali sindacati o altre associazioni o un’autorità competente dello Stato membro, qualora previsto dalla legislazione nazionale. Anche i terzi aventi un legittimo interesse a garantire che le disposizioni della direttiva siano rispettate potranno avviare tutte le procedure previste, per conto o a sostegno dell'immigrato illegale e con il suo consenso. E' anche precisato che l'assistenza fornita per presentare denuncia «non dovrebbe essere considerata favoreggiamento di soggiorno illegale».
Nei casi in cui il reato riguarda una «situazione di particolare sfruttamento» o l'impiego illegale di un minore, gli Stati membri dovranno definire le condizioni alle quali possono essere concessi, caso per caso, permessi di soggiorno di durata limitata.
Garantire adeguate ispezioni, soprattutto nei settori più a rischio
Gli Stati membri dovranno garantire che siano effettuate «ispezioni efficaci e adeguate sul loro territorio» per controllare l'impiego di cittadini di paesi terzi in posizione irregolare. Tali ispezioni, è precisato, dovranno basarsi innanzitutto su una valutazione dei rischi effettuata dalle autorità competenti degli Stati membri. Per renderle più efficaci, inoltre, gli Stati membri dovranno identificare periodicamente i settori di attività in cui si concentra nel loro territorio l'impiego di cittadini di paesi terzi soggiornanti illegalmente. Relativamente a ciascuno di tali settori, gli Stati membri, ogni anno entro il 1° luglio, dovranno notificare alla Commissione il numero di ispezioni effettuate l’anno precedente, espresso come numero assoluto o percentuale dei datori di lavoro in ciascun settore, e riferirne i risultati.
Revisione della direttiva
Entro tre anni dopo la data di applicazione della direttiva, e successivamente ogni tre anni, la Commissione dovrà presentare al Parlamento europeo ed al Consiglio una relazione contenente proposte di modifica delle disposizioni relative al pagamento degli arretrati, alle sanzioni amministrative, al subappalto, all'agevolazione delle denunce e alle ispezioni.
POLITICA SOCIALE |
MISURE SPECIFICHE PER PROMUOVERE L'ECONOMIA SOCIALE
Doc. A6-0015/2009
Relazione sull'economia sociale
Procedura: Iniziativa - Dibattito: 18.2.2009 - Votazione:19.2.2009
Cooperative, mutue, associazioni, imprese, organizzazioni sociali e fondazioni contribuiscono a un modello economico sostenibile. E' quanto afferma il Parlamento chiedendo di tener conto delle loro peculiarità e di adottare misure adeguate per farle prosperare, quali l'accesso agevolato al credito e sgravi fiscali, lo sviluppo del microcredito, l'introduzione di statuti europei. Occorre anche includere i loro attori nella concertazione sociale.
L'economia sociale - che include anche il "terzo settore" - si è sviluppata attraverso forme imprenditoriali organizzative e/o giuridiche particolari come cooperative, mutue, associazioni, imprese e organizzazioni sociali e fondazioni. Approvando la relazione con 580 voti favorevoli, 27 contrari e 44 astensioni, il Parlamento osserva che si tratta di 2 milioni di imprese (ossia il 10% del totale europeo), solitamente piccole e medie (PMI) «che contribuiscono a un modello economico sostenibile in cui gli individui sono più importanti del capitale» e che rappresentano il 6% dei posti di lavoro totali.
Secondo i deputati, unendo redditività e solidarietà, l'economia sociale «svolge un ruolo essenziale nell'economia europea permettendo la creazione di posti di lavoro di qualità e il rafforzamento della coesione sociale, economica e territoriale». Più in particolare, aiuta inoltre a rettificare tre tipi principali di squilibri sul mercato del lavoro: «la disoccupazione, il precariato e l'esclusione sociale e lavorativa dei disoccupati» e «svolge un ruolo nel miglioramento dell'occupabilità, crea posti di lavoro solitamente non soggetti a delocalizzazione e contribuisce al conseguimento degli obiettivi enunciati nella strategia di Lisbona». Genera inoltre capitale sociale, promuove «la cittadinanza attiva, la solidarietà e una visione dell'economia fatta di valori democratici» e appoggia lo sviluppo sostenibile e l'innovazione sociale, ambientale e tecnologica.
Il Parlamento invita la Commissione ad accertarsi che nell'elaborazione delle politiche europee «si tenga conto delle caratteristiche dell'economia sociale (scopi, valori e metodi di lavoro)». Si tratta, in particolare, di integrare l'economia sociale nelle sue altre politiche e strategie in materia di sviluppo sociale, economico e imprenditoriale, soprattutto nel contesto della normativa europea sulle piccole imprese ("Small Business Act").
Il Parlamento riconosce però che l'economia sociale «potrà prosperare e sviluppare tutto il suo potenziale soltanto se potrà beneficiare di premesse e condizioni politiche, legislative e operative adeguate». Pertanto esse non dovrebbero essere soggette all'applicazione delle stesse regole di concorrenza delle altre imprese e necessitano «di un quadro giuridico certo, (...) che permetta loro di operare su un piano di parità rispetto alle altre imprese». L'Unione europea e gli Stati membri debbono quindi riconoscere l'economia sociale e i soggetti che ne fanno parte nell'ambito della loro legislazione e delle loro politiche.
In tale ambito, il Parlamento propone che queste misure comprendano: «l'accesso agevolato al credito e sgravi fiscali, lo sviluppo del microcredito, l'introduzione di statuti europei per le associazioni, le fondazioni e le mutue, nonché un adeguato finanziamento dell'Unione europea e incentivi per sostenere meglio le organizzazioni dell'economia sociale che operano nei settori di mercato ed extra-mercato e che vengono create a scopi di utilità sociale».
Più in particolare, il Parlamento chiede alla Commissione di tener conto della realtà dell'economia sociale nella revisione della politica degli aiuti di Stato. La invita inoltre a non ostacolare le normative nazionali in materia societaria e fiscale, «come quelle che si applicano alle cooperative nel settore bancario e in quello della grande distribuzione, che operano sulla base dei principi della mutualità, della democrazia societaria, della trasmissione intergenerazionale del patrimonio, dell'indivisibilità delle riserve, della solidarietà, nonché dell'etica del lavoro e dell'impresa».
Commissione e Stati membri dovrebbero inoltre sviluppare programmi che offrano sostegno finanziario, informazione, consulenza e formazione, e semplificare il processo di costituzione di tale tipo di imprese (ad esempio riducendo i requisiti di capitale iniziale per le società), al fine di «aiutarle a fronteggiare un'economia sempre più globale, peraltro attualmente colpita dalla crisi finanziaria». Dovrebbero anche creare strumenti e incentivi mirati e facilitare, in caso di crisi, «la possibilità di trasformare le imprese in imprese di proprietà dei lavoratori». Al contempo, la Commissione dovrebbe definire chiare regole che stabiliscano quali entità possano operare legalmente come imprese dell'economia sociale e introdurre efficaci barriere giuridiche di accesso per garantire che solo queste possano beneficiare di finanziamenti o di politiche pubbliche concepite a loro favore.
Il Parlamento invita poi la Commissione a integrare l'economia sociale nelle sue altre politiche e strategie in materia di sviluppo sociale, economico e imprenditoriale, a valutare la possibilità di riattivare la linea di bilancio specifica per l'economia sociale e a determinare condizioni atte ad agevolare gli investimenti nell'economia sociale, in particolare attraverso fondi per gli investimenti, la concessione di crediti garantiti e di sovvenzioni.
Chiede infine alla Commissione di promuovere il dialogo fra le istituzioni pubbliche e i rappresentanti dell'economia sociale a livello nazionale e comunitario «per stimolare la comprensione reciproca e promuovere le buone prassi». Sostiene poi il riconoscimento delle componenti dell'economia sociale nell'ambito del dialogo sociale europeo settoriale e intersettoriale e propone che il processo di inclusione degli attori dell'economia sociale nella concertazione sociale e nel dialogo civile «venga fortemente incoraggiato dalla Commissione e dagli Stati membri».
Nel dibattito è intervenuto, per iscritto, ILES BRAGHETTO (PPE/DE-I) Presidente della Delegazione italiana UDC-SVP nel Gruppo del PPE/DE:
"L'agire non lucrativo, l'esperienza del non-profit rappresenta un fenomeno in continua crescita nello spazio europeo.
In periodo di crisi economico finanziaria con forti ricadute sul piano sociale rafforzare un´economia basata sul beneficio sociale e non sul profitto è una scelta strategica che consente di temperarne gli effetti negativi e di proseguire nello sviluppo della strategia di Lisbona, realizzando uno degli obiettivi primari vale a dire la vocazione alla responsabilità sociale.
In secondo luogo l'economia sociale è in grado di attivare azioni a livello locale diventando partner affidabile per le pubbliche amministrazioni che debbono progettare interventi a favore di fasce deboli della popolazione.
Ben venga quindi un intervento del Parlamento europeo fondato sul riconoscimento normativo e statistico di realtà che operano e che sono radicate nel tessuto europeo a partire dalla loro capacità di realizzare obiettivi di natura sociale.
Una visione sussidiaria che rappresenta un contributo fondamentale al modello sociale europeo."
PROBLEMI ECONOMICI E MONETARI |
ALIQUOTE RIDOTTE DELL'IMPOSTA SUL VALORE AGGIUNTO
Doc. A6-0047/2009
Relazione sulla proposta di direttiva del Consiglio recante modifica della direttiva 2006/112/CE per quanto riguarda le aliquote ridotte dell'imposta sul valore aggiunto
Procedura: Consultazione - Dibattito: 19.2.2009 - Votazione: 19.2.2009
Il Parlamento ha approvato la proposta che mira a modificare le disposizioni della direttiva 2006/112/CE (“la direttiva IVA”) al fine di garantire pari opportunità per tutti gli Stati membri, oltre a una maggiore trasparenza e coerenza, e il regolare funzionamento del mercato interno per quanto riguarda le aliquote IVA ridotte. La proposta prevede la possibilità per gli Stati membri di applicare aliquote IVA ridotte ai servizi ad alta intensità di lavoro e ai servizi prestati localmente su base permanente. Tali servizi sono temporaneamente elencati nell’allegato IV della direttiva IVA, applicabile fino alla fine del 2010. Si propone inoltre di includere nell’elenco delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi che possono essere assoggettate alle aliquote ridotte (allegato III) taluni altri servizi prestati localmente, tra cui determinati servizi legati al settore dell’edilizia abitativa, all’assistenza delle persone e alla ristorazione, nonché di apportare alcuni adeguamenti tecnici. La proposta rientra nella legge sulle piccole imprese, poiché i settori interessati sono dominati dalle PMI.
La proposta non altera la natura facoltativa dell’applicazione delle aliquote ridotte da parte degli Stati membri. La riduzione delle aliquote IVA sui servizi prestati localmente e sui servizi ad alta intensità di lavoro avrà un impatto positivo in quanto ridurrà il livello di lavoro sommerso, che diverrà un’alternativa meno allettante, e accrescerà la domanda nell’ambito dell’“economia ufficiale”. Le aliquote ridotte possono inoltre contribuire a contrastare la regressività dell’IVA, in quanto i risparmi derivanti dalla riduzione dell’IVA saranno generalmente più elevati - in rapporto al reddito - per i gruppi di consumatori a reddito più basso. Tuttavia, le aliquote ridotte si dovranno applicare con cautela al fine di non compromettere seriamente il corretto funzionamento del mercato interno. Occorre fissare condizioni chiare per le aliquote ridotte; per quanto concerne i servizi, si dovranno applicare principalmente ai servizi ad alta intensità di lavoro prestati a consumatori finali, per lo più localmente, e non dovranno causare una distorsione della concorrenza.
Le aliquote ridotte si dovranno applicare solo laddove saranno in grado di aumentare la produttività, l’occupazione a lungo termine e una maggiore equità dei redditi. Occorre pertanto un approccio equilibrato. Poiché la proposta in oggetto affronta soltanto le questioni più urgenti, a causa della mancanza di condizioni uniformi per tutti gli Stati membri, il relatore per parere sottolinea la necessità di avviare un ampio dibattito politico sull’intera struttura delle aliquote IVA ridotte in relazione al funzionamento del mercato interno, come già annunciato dalla Commissione.
LIBERA CIRCOLAZIONE DEI SERVIZI |
PROFESSIONI: UN "PASSAPORTO" PER PROMUOVERE I SERVIZI TRANSFRONTALIERI
Doc. A6-0029 /2009
Relazione sull'istituzione di una tessera professionale per fornitori di servizi
Procedura: Iniziativa - Relazione senza dibattito - Votazione:19.2.2009
Il Parlamento rileva la necessità di una "tessera professionale europea" che, contenendo informazioni sulla carriera dei professionisti, abbia lo scopo di agevolarne la mobilità all'interno dell'UE. Gli obiettivi sarebbero di contribuire alla sicurezza dei cittadini che si avvalgano di servizi transfrontalieri, ridurre gli oneri amministrativi e i costi, stimolare la fornitura di servizi temporanei e fornire informazioni rilevanti ai datori di lavoro per facilitare assunzioni transfrontaliere.
La mobilità nell'Unione europea resta bassa, in quanto solo il 4% della forza lavoro ha vissuto e lavorato in un altro Stato membro e circa il 2% vive e lavora attualmente in un altro Stato membro. Approvando la relazione con 607 voti favorevoli, 21 contrari e 27 astensioni, il Parlamento sottolinea che «il valore aggiunto di una tessera professionale europea, assieme alle attuali misure intese a facilitare e stimolare la mobilità, deve essere riconosciuto per la maggior parte delle professioni».
A sostegno di questa tesi, i deputati ricordano che l'introduzione ("considerando") alla direttiva 2005/36/CE sul riconoscimento delle qualifiche professionali rileva che «l'introduzione, a livello europeo, di tessere professionali ... potrebbe agevolare la mobilità dei professionisti, in particolare accelerando lo scambio di informazioni tra lo Stato membro ospitante e lo Stato membro di origine». Tale tessera, inoltre, «dovrebbe rendere possibile controllare la carriera dei professionisti che si stabiliscono in vari Stati membri ... [e] contenere informazioni ... sulle qualifiche professionali del professionista (università o istituto frequentato, qualifiche ottenute, esperienza professionale), il suo domicilio legale, le sanzioni ricevute in relazione alla sua professione e i particolari della pertinente autorità competente».
In proposito, il Parlamento nota che in alcune professioni regolamentate ed armonizzate, quali quelle di avvocato e di professionista della salute, esistono o sono in fase di istituzione tessere professionali europee. Ma in altre professioni ciò «sembra difficile». Sottolinea inoltre che l'introduzione di una tale tessera potrebbe rappresentare un vantaggio anche per le professioni non regolamentate e non armonizzate, «in quanto assumerebbe una funzione informativa, specialmente per i datori di lavoro e i consumatori, come nel caso della maggior parte delle professioni liberali».
Il Parlamento chiede quindi alla Commissione di accertare se una tessera professionale europea, congiuntamente ad altre misure, potrebbe:
Precisa peraltro «che qualsiasi altra misura pubblica debba implicare una descrizione ben definita dei tipi di professione e delle necessità specifiche che la tessera deve soddisfare».
Caratteristiche della tessera professionale europea
I deputati ritengono che qualsiasi tessera professionale, se esiste sufficiente domanda per la sua introduzione, «dovrebbe essere il più semplice, facile e liberale possibile, evitando nuovi oneri burocratici», e «potrebbe stabilire una "lingua comune" nelle qualifiche di alcune professioni». Insistono poi sul fatto che tale tessera «dovrebbe essere utilizzata soltanto come prova del diritto di circolare, senza costituire una condizione per tale circolazione». Rilevano inoltre che la tessera non dovrebbe creare nuovi ostacoli, in particolar modo alle persone con qualificazioni minori o meno specifiche.
Ribadendo che l'utilizzo di una o più tessere europee dovrebbe rispettare le differenze tra professioni o Stati membri, il Parlamento ritiene che le professioni stesse dovrebbero finanziarne lo sviluppo e l'applicazione, «ove lo ritengano opportuno». Sottolinea poi che l'informazione su tale tessera «deve essere affidabile, convalidata e aggiornata regolarmente dalle autorità nazionali competenti», e potrebbe includere i dati contenuti nei CV EUROPASS. Fermo restando che l'accesso ai dati contenuti nella tessera «deve attenersi ai più alti standard di protezione della vita privata».
Riconoscimento delle qualifiche professionali
Più in generale, il Parlamento incoraggia quindi tutte le iniziative intese a facilitare la mobilità transfrontaliera, «quale strumento di efficiente funzionamento dei mercati del lavoro e dei servizi e quale mezzo per stimolare la crescita economica in ambito UE». E, al riguardo, sottolinea la responsabilità dell'UE di rendere più facile la mobilità geografica ed occupazionale, migliorando la trasparenza, il riconoscimento e la comparabilità delle qualifiche e garantendo al contempo la sicurezza dei pazienti e dei consumatori.
I deputati, infatti, rilevano che sussistono ostacoli importanti per le persone che vogliono lavorare in un altro Stato membro, tant'è che il 20% dei ricorsi ricevuti da SOLVIT nel 2007 riguardava il riconoscimento delle qualifiche professionali richieste per esercitare una professione regolamentata. Sollecitano quindi gli Stati membri in ritardo a recepire la direttiva sul riconoscimento delle qualifiche professionali (2005/36/CE), esortandoli a lavorare per un approccio «più armonizzato al riconoscimento delle qualifiche e delle specializzazioni, a semplificare i relativi processi amministrativi e a ridurre i costi a carico dei professionisti».
ALTRI DOCUMENTI APPROVATI |
GIUSTIZIA E AFFARI INTERNI
POLITICA DELL'OCCUPAZIONE
SANITÀ PUBBLICA
PESCA
AFFARI COSTITUZIONALI
AFFARI ESTERI
VARIE